C’è un deserto in ciascuno di noi

Ugo Rondinone: Sette montagne magiche, Las Vegas, Nevada, 2016. Foto Gianfranco Gorgoni.
Ugo Rondinone: Sette montagne magiche, Las Vegas, Nevada, 2016. Foto Gianfranco Gorgoni.

La Repubblica - Altrimenti 24 agosto 2020

Per noi italiani, che a differenza dei francesi non abbiamo avuto nella nostra storia occasioni di vivere il deserto, esso rinvia a escursioni turistiche di pochi o a libri che ne descrivono il fascino. Anche il deserto come metafora è poco frequente, eppure nella spiritualità è uno dei temi più esplorati, soprattutto dalla tradizione ebraica e cristiana. Il deserto: spazio inabitato, arido, nel quale la vita è quasi assente; luogo inospitale, che desta paura; spazio pericoloso, da attraversare con prudenza. Nella Bibbia il deserto si oppone alla terra abitata e piena di vita. È un luogo di maledizione, dimora di demoni e di forze oscure che assalgono l’essere umano.

Ben presto il deserto divenne una metafora capace di narrare una situazione personale o collettiva: deserto come solitudine, cammino faticoso, spoliazione dall’inessenziale, lotta contro quelle presenze mostruose che assalgono il cuore umano fino a farlo disperare. In questo senso, il deserto è anche un tempo di prova per la fede, perché credere a un Dio buono e capace di liberazione, quando regnano l’oppressione e la morte, non è facile. Anzi, l’ossessiva domanda che risuona in chi vive la desolazione del deserto è: “Ma Dio è qui con noi, sì o no?”. Perché il Dio degli ebrei e dei cristiani nessuno l’ha mai visto, non è evidente, non dà segni certi della sua presenza, e chi spera in lui spera in un Dio che appare come un sordo e un muto, quando si è schiacciati da sofferenza e disperazione.

Il deserto è un cammino necessario, che nella vita ognuno di noi deve fare, imparando a vivere senza Dio e senza gli altri. Proprio per questo è un tempo di prova, nel quale siamo spinti a cercare risposte alle domande più essenziali che ci abitano, alle quali solitamente tendiamo a sfuggire, perché evocano per noi la morte, la fine, il non-senso. Il deserto è il laboratorio dei nostri sogni e dei nostri fantasmi, spazio che ci denuda con la sua nudità, che non tollera veli né menzogne: è sole accecante o tenebra!

Il deserto, infine, è letto come tempo provvisorio, con un inizio e una fine (i quarant’anni di Israele nel deserto…), è un cammino che solo con il senno di poi si mostra liberante: cammino interiore, in uno spazio infinito, solitario, misterioso. Giovanissimo, ho sostato un certo tempo nel deserto del Marocco insieme a dei beduini e lì ho capito le mie fragilità, le zone d’ombra che mi abitavano, le resistenze in me di fronte alla prospettiva di “vivere insieme” ad altri, di condividere tutto, in trasparenza, piangendo o sorridendo.

I padri del deserto, monaci del IV secolo che, lasciata la città, si rifugiavano in quei luoghi solitari, nei loro detti ci hanno lasciato una vera sapienza pratica. E ci hanno insegnato che il deserto è un’esperienza da cui può scaturire uno sguardo penetrante che vede l’invisibile. Comprendiamo allora le parole del Piccolo principe di Saint-Exupéry: “Ho sempre amato il deserto. Ci si siede su una duna di sabbia. Non si vede né si sente nulla. E tuttavia qualcosa riverbera in silenzio. Ciò che lo rende bello è che nasconde un pozzo da qualche parte…”.

Pubblicato su: La Repubblica