La disciplina della felicità

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La Repubblica - Altrimenti 5 ottobre 2020

Da millenni la sapienza biblica ripete: “Dove c’è un uomo o una donna, c’è ricerca di vita, desiderio di felicità”. Questa, in realtà, è la più radicale vocazione che abita l’essere umano. Il desiderio insito in noi come una pulsione e una forza che scaturisce dal nostro profondo, è desiderio di felicità. Fame, sete, necessità di respirare sono istinti e bisogni di ogni animale, mentre felicità, amore, senso della vita sono desiderio e ricerca in ogni persona umana.

Ma in questo desiderare si può essere travolti, senza saper più discernere i necessari limiti, e così il desiderio da vocazione rischia di trasformarsi in istinto mortifero. Purtroppo tra le dieci parole di Mosè non si sosta a sufficienza in ascolto su: “Non desiderare ciò che appartiene al tuo prossimo”. Eppure questo comando individua bene l’origine dell’invidia, della gelosia, del rancore e delle forme di violenza di cui questi possono rivestirsi. Il desiderio può essere così forte da diventare una cupidigia, una voracità che spinge a prendere, a carpire; e qualora ciò non sia possibile, induce a negare e distruggere ciò che si desidera ed è posseduto da altri.

La voglia di ottenere ciò che non si ha o di diventare ciò che non si è, se non viene disciplinata e contenuta, scatena invidia e rancore verso le persone che beneficiano di tale condizione, come ci ha ricordato un recente e tragico fatto di cronaca: “Erano felici, io no, dunque li ho uccisi”. Questo desiderio cambia lo sguardo (“invidia” deriva dal latino in-videre, non voler vedere, dunque guardare in modo torvo, cattivo). Lo sguardo alterato vive di confronto e paragone, vede la propria mancanza e la propria sofferenza come causate da chi invece è felice, ha successo, riceve riconoscimenti, ha ricchezza. Così l’esistenza è avvelenata da quel confronto che fa sorgere senza sosta la domanda: “Perché a lui sì e a me no?”.

Oggi viviamo una stagione di incertezza e di rancore sociale, che finisce per suscitare tentazioni di invidia, e quindi di violenza, soprattutto in persone “infelici”: persone sfortunate che si sono viste negare qualunque tipo di amore umano, a partire da quello dei genitori, o non hanno saputo riconoscerlo; persone che possono recriminare contro la storia familiare o addirittura contro il destino… Una sola è la certezza, sotto forma di pretesa: si deve essere felici a ogni costo!

Non va infine dimenticata la presenza dentro all’invidioso del narcisista, che si aspetta tutto dall’esterno, dall’ammirazione degli altri. Questa figura sostituisce con l’amore di sé il suo dolore inconfessabile per il fatto di non essere amato e di non saper amare. Ha paura dell’amore e per questo soffre di un’impotenza che lo conduce a essere vendicativo e crudele verso quanti scalfiscono l’immagine che egli ha di sé o gli presentano l’immagine di ciò che lui vorrebbe essere, senza riuscirci.

Disciplinare il desiderio dovrebbe essere una vera esigenza dell’educazione, soprattutto dei giovani, ma in realtà è un esercizio necessario in ogni età della vita: allora sì è possibile costruire la propria felicità.

Pubblicato su: La Repubblica