Verità che danno un senso alla vita


Warning: Invalid argument supplied for foreach() in /home/monast59/public_html/templates/yoo_moustache/styles/bose-home/layouts/article.php on line 44

Oggi, nell’occidente che un tempo soleva definirsi cristiano, ci troviamo per molti aspetti in una stagione paradossale: abbiamo noncredenti dal fiero passato anticlericale che dettano catechismi e usano radici cristiane come armi contundenti; credenti che – a sentire sondaggisti e non credenti – non saprebbero più “in cosa crede chi crede”; romanzieri di successo che riescono a far considerare come “storiche” le più improbabili ipotesi sulla vita di Gesù e sulle origini del cristianesimo; e, d’altro canto, studiosi che vorrebbero smontare pezzo dopo pezzo i pochi dati storici certi su un rabbi di Nazaret, messo a morte attorno all’anno 30 della nostra era, e sui suoi discepoli che l’hanno proclamato “Signore”, risorto tre giorni dopo; paladini della chiesa che usano strumenti mondani per difenderla e annacquano la “differenza” cristiana in un modus vivendi conforme alla mentalità dominante; laici che irridono alla chiesa e non riescono a passare un giorno senza nominarla ed enfatizzarne la presenza e l’azione; capi di stato che iniziano con la preghiera riunioni di gabinetto in cui autorizzano la violazione dei più elementari diritti umani di singoli prigionieri e di intere popolazioni civili, facendo così bestemmiare da altri quel nome di Dio che loro “nominano invano”.

Eppure, c’è ancora chi crede, chi si sforza ogni giorno di “credere”: perché “credere” non significa sottoscrivere affermazioni dogmatiche o ripetere formule di catechismo, ma “aderire”, restare attaccati con tutto il proprio essere – corpo, mente, cuore e spirito – a colui che si confessa come proprio Signore. C’è ancora chi crede perché ha incontrato, ha conosciuto e dunque ama chi lo ha amato e cercato per primo. Credere, allora, significa “camminare dietro”, seguire una via tracciata da Gesù di Nazaret per “ritornare” a essere quell’uomo in pienezza di vita che Dio ha voluto che fossimo; significa coltivare piante e cercare di produrre frutti conseguenti alle radici che ci alimentano e che vanno custodite più che esibite; significa narrare, dipingere, testimoniare un “volto” di Dio il più fedele possibile a quello che si è visto e conosciuto attraverso la vicenda terrena e umanissima di Gesù di Nazaret e il suo impatto sulla propria esistenza.