Turchia, crocevia di dialogo


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Costantinopoli, 29 novembre 2006
Costantinopoli, 29 novembre 2006
29 novembre 2006
La visita del successore dell’apostolo Pietro al successore dell’apostolo Andrea, suo fratello

La Stampa, 29 novembre 2006

La visita del successore dell’apostolo Pietro al successore dell’apostolo Andrea, suo fratello, è innanzitutto un incontro fraterno tra cristiani d’occidente e d’oriente, ma si è via via caricato di significati sempre più ampi e complessi. Il fatto che il patriarca ecumenico risieda in Turchia, un paese laico a maggioranza musulmana avviatosi a entrare nell’Unione europea, la presenza in quella nazione di movimenti integralisti di varia matrice che mettono in discussione la laicità delle istituzioni e contestano l’adesione a un’entità politico-economica che considerano occidentale e cristiana, la difficile situazione delle esigue minoranze cristiane in quella terra fanno sì che le problematiche legate al confronto tra cristianesimo e islam abbiamo preso il sopravvento sull’aspetto più propriamente ecumenico, cioè intra-cristiano, dell’incontro tra il papa Benedetto XVI e il patriarca ecumenico Bartholomeos I.

E’ un altro sintomo della complessità socio-culturale nella quale ci troviamo a vivere e che incalza la nostra capacità di elaborare nuovi approcci mentali e i comportamenti che ne conseguono. E’ anche un segno ulteriore del fatto che i due monoteismi animati da un afflato universalistico – il cristianesimo e l’islam – sono le religioni che maggiormente devono misurarsi con l’inevitabilità del confronto e che, di conseguenza, sono quasi quotidianamente chiamate ad assumere opzioni che lo incanalino nel solco del dialogo e della convivenza e non lo lascino degenerare nel conflitto. Sono anche due mondi religiosi e culturali ricchi di principi, di tradizioni e di realizzazioni storiche di portata tale da consentire loro di non cedere al nuovo assolutismo del mercato e della tecnica e di resistere di fronte allo spirito dominante che vuole che ogni cosa abbia un prezzo ma nessun valore. Non solo, ma i legami che sanno suscitare e mantenere tra generazioni di credenti e all’interno di ogni singola generazione riescono sovente a custodire il tesoro prezioso del sentirsi e dell’essere “comunità”, animata da un medesimo spirito e tesa a una comunione nella diversità. E questo, in una stagione in cui la globalizzazione dei problemi e delle soluzioni fa esplodere i confini troppo rigidi degli stati e rischia di far ripiegare in un tribalismo identitario quanti si sentono smarriti per le dimensioni planetarie delle sfide che si presentano all’umanità.

Il dialogo fra cristianesimo e islam, dunque, è questione che non riguarda solo l’insieme dei fedeli delle due religioni, ma la stessa convivenza civile mondiale, anche perché ciascuna di loro non è minimamente riducibile all’orizzonte geo-culturale con cui la si vorrebbe identificare: l’occidente per il cristianesimo e il mondo arabo per l’islam. Ora, quanti preconizzano, auspicano o addirittura propugnano lo “scontro di civiltà” commettono il tragico errore di rinchiudere se stessi e gli “avversari” in una caricatura riduttiva delle grandi tensioni spirituali che animano milioni di credenti, appiattendoli su concrete, limitate e sovente difettose realizzazioni storiche: il cristianesimo è ben di più di quello che è stato per secoli e che fatica ancora a essere “l’occidente cristiano”, così come l’islam non è riducibile ad alcune società arabe, neanche considerandole nel periodo del loro massimo splendore.

In questo contesto capiamo meglio l’importanza del viaggio del papa in Turchia, paese che è chiaro esempio di come i rigidi schemi evocati prima non funzionino per spiegare la complessità del nostro mondo: stato fortemente laico fin dalla sua fondazione dopo la caduta dell’impero ottomano, abitato da una maggioranza di musulmani che non sono arabi, strategicamente ed economicamente più propenso a guardare verso l’Europa che non verso l’Asia, culla storica del cristianesimo nascente prima e dell’ortodossia bizantina poi. E’ uno di quei luoghi “faglia” in cui minime spaccature possono scatenare scosse telluriche, in cui frizioni di lieve entità surriscaldano pericolosamente le placche tettoniche, ma dove è anche più agevole gettare ponti, scambiare merci e modi di pensare, confrontare stili di vita e principi ispiratori.

Proprio lì Benedetto XVI avrà la possibilità di riaffermare di fronte a interlocutori cristiani di altre confessioni, credenti musulmani e laici di diversi orientamenti quanto il magistero pontificio degli ultimi quarant’anni non si è stancato di ripetere: una convivenza nella pace e nel dialogo è possibile perché non vi può essere “nessuna violenza nel nome di Dio” e “la fede in Dio, Creatore dell’universo e Padre di tutti, non può non promuovere tra gli uomini relazioni di universale fraternità”. Se l’islam, come ricordava il concilio Vaticano II, ha portato “un ripudio di molti idoli, per la fede e la conoscenza del Dio unico e vivente” e un messaggio che vuole “per tutti gli uomini la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà”, allora un futuro diverso è possibile, allora possiamo sperare contro ogni speranza che il confronto cui sono chiamate le nostre società sarà sì faticoso, ma foriero di un fecondo intrecciarsi di sapienze antiche e nuove, di inedite vie di autentica umanizzazione.

Enzo Bianchi