Così il papa ha scambiato segni di pace


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Istambul, 30 novembre 2006 -  photo by N.Manginas
il patriarca ecumenico Bartholomeos I e papa Benedetto XVI
3 dicembre 2006
Alla vigilia appariva come il viaggio più difficile compiuto da un papa negli ultimi decenni

La Stampa, 3 dicembre 2006

Alla vigilia appariva come il viaggio più difficile compiuto da un papa negli ultimi decenni, a causa non solo dei pericoli legati alla vita stessa del pontefice, ma soprattutto per quanto avrebbe potuto significare per il mondo musulmano e per le conseguenti tensioni internazionali. Vi era una certa ostilità da parte del governo e della società turca, così come restavano ben presenti motivi di incomprensione, fatti e parole letti come ostili da quel popolo che si era sentito contraddetto nelle sue attese. Invece il viaggio ha finito per essere uno dei più fruttuosi e decisivi per la chiesa universale e per il dialogo interreligioso: è stato un percorso che ha avvicinato i cristiani tra di loro e li ha posti in un’apertura verso i credenti nel Dio unico. Non si è trattato di un viaggio che ha radunato i cristiani stringendoli in un’alleanza contro l’islam, ma un andare verso l’altro chiedendo e offrendo pace, dialogo, riconciliazione tra tutti.

Vale la pena ricordare qui altre parole dell’ormai famoso imperatore bizantino Manuele II, quelle a suo figlio Giovanni alla vigilia della caduta di Costantinopoli in mano ai turchi. Così scriveva, nel linguaggio tipico di quella stagione di conflitti: “Figlio mio, noi sappiamo con certezza circa gli infedeli [i turchi] che essi temono assai che noi [cristiani ortodossi] possiamo unirci ai cristiani di occidente. Sono infatti del parere che se questo accadesse, ne deriverebbe loro un grave danno... Per quanto concerne il possibile concilio, tu occupatene e fa tentativi per realizzarlo quando vorrai fare paura agli infedeli. Quanto al porlo in atto, non intraprendere mai questa impresa, perché i nostri non sono pronti per trovare un metodo e un modo di unione, di accordo, di pace, di amore, di concordia”.

Le vicende storiche non sono andate in questa direzione e oltre cinquecento anni dopo Benedetto XVI si è recato in Turchia innanzitutto per incontrare, come avevano fatto i suoi predecessori, il patriarca ecumenico Bartholomeos I: l’incontro non è stato uno stanco ripetersi di una celebrazione ormai attestata bensì, accanto alla conferma del cammino ecumenico già percorso, l’assunzione di un impegno a intraprendere un percorso ulteriore proprio nel confronto su ciò che separa ancora le due chiese: la comprensione e la forma dell’esercizio del ministero del successore di Pietro nelle chiese e tra le chiese. Il patriarca Bartholomeos I ha anche fatto al papa una proposta, per ora segreta, per giungere a un gesto che espliciti come “segno” eloquente questa volontà di comunione. Spetterà al papa operare un discernimento sulla proposta e valutare tempi e modi per realizzarla insieme al patriarca e nell’armonia con le chiese. Intanto, nella dichiarazione comune, Benedetto XVI e Bartholomeos I hanno chiesto la libertà religiosa e il rifiuto di ogni forma di violenza e di discriminazione in nome di Dio, e si sono impegnati in un servizio all’umanizzazione, alla qualità della convivenza sociale nell’affermazione dei valori e dei diritti di ogni uomo e nel rispetto della creazione.

Ma questo importante significato ecumenico della visita è stato quasi oscurato dall’incontro con il mondo islamico. In particolare la visita alla moschea blu, decisa all’ultimo momento, resterà un gesto, un segno forte come quelli posti da Giovanni Paolo II: anche il pontificato di Benedetto XVI “parla” il linguaggio universale della gestualità. Il papa è entrato scalzo nel luogo di preghiera dei musulmani – gesto che nessun papa aveva mai compiuto prima di Giovanni Paolo II – poi, a un certo punto, nel silenzio venutosi a creare, il papa ha pregato con il volto rivolto alla nicchia che orienta la preghiera: lo sguardo di molti dei presenti si è concentrato su di lui, manifestando stupore e commozione profondi. La preghiera del papa è stata silenziosa, non ha assunto la forma esterna di una preghiera cristiana, ma nondimeno è rimasta sempre e solo preghiera cristiana: non era un pregare “insieme” ai musulmani, ma un pregare “accanto” a loro, accolti nel luogo di preghiera dell’altro, così come era avvenuto ad Assisi vent’anni fa: una preghiera simultanea e non “in comune”, una preghiera sgorgata spontaneamente da un cuore cristiano, dall’obbedienza della fede in Gesù Cristo e in Dio. Non conosciamo le parole che salivano dal cuore del papa in quel momento, ma sappiamo che ogni preghiera cristiana si nutre dell’invocazione “Padre, venga il tuo Regno” e “Vieni, Signore Gesù!”.

Così questo gesto sorprendente, unito alle parole rivolte al corpo diplomatico e al presidente del dipartimento per gli affari religiosi, sono diventati l’autentica e autorevole esegesi del discorso di Benedetto XVI a Regensburg: la richiesta della libertà religiosa per tutti come condizione assolutamente necessaria per il riconoscimento della libertà e dei diritti di ogni essere umano, l’esclusione della violenza in nome di Dio da parte di tutti i credenti, la necessità del dialogo tra le fedi, un dialogo che si nutra della ragione, nel rispetto delle differenze e nel confronto coraggioso e limpido di ciò che può costituire un inciampo alla convivenza pacifica e una contraddizione al comandamento dell’amore che viene dal Dio vivente e vero.

Una pagina è stata voltata nei rapporti tra i cristiani e i musulmani e un passo in avanti è stato compiuto nel cammino ecumenico tra cattolici e ortodossi. E questo alimenta l’attesa per l’imminente e finora inedita visita a Roma dell’arcivescovo Christodoulos di Atene, primate della chiesa ortodossa di tutta la Grecia. Sì, quando gli uomini si incontrano e lasciano che il volto dell’altro ne manifesti il cuore, allora cadono le incomprensioni e si aprono orizzonti di speranza.

Enzo Bianchi