Per cattolici e laici la sfida dei giorni cattivi


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Apertura del Concilio Vaticano II - particolare - cm 66 x 180 - 1963
GIACOMO MANZU', Porta della Morte - Città del Vaticano
Articolo di Enzo Bianchi
Anche in questi “giorni cattivi” i cattolici ricordino che il futuro della fede non dipende mai da leggi dello stato

 La Stampa, 18 febbraio 2007

Per quelli che sono impegnati a favore del dialogo tra credenti cristiani e non cristiani, tra cattolici e “laici”, per i cattolici stessi che credono al dialogo vissuto nell’ascolto dell’altro, nello sforzo di non disprezzare l’altro ma di operare con lui un confronto nella mitezza, questi sono – per usare un linguaggio biblico – “giorni cattivi”. Sì, c’è molta sofferenza, molto disagio, e c’è anche un “silenzio” non vigliacco ma consapevole e responsabile da parte di chi non vuole in alcun modo ferire la comunione ecclesiale. D’altronde da anni si poteva intuire l’accrescersi di questo scontro, unico sbocco alternativo possibile rispetto alla vittoria dell’ipotesi della religione civile, ipotesi accarezzata e vagheggiata purtroppo anche nel nostro paese cattolico, così alieno da tali esiti di matrice protestante evangelicale.

Eppure ci sono parole autorevoli, dichiarazioni di Benedetto XVI che dovrebbero servire da deterrente rispetto a questa situazione in cui di fatto sembra rinata la dialettica polemica tra clericali e anticlericali. La distinzione tra le competenze della religione e quelle della società politica, sancita dal concilio Vaticano II e ribadita da Giovanni Paolo II, è stata precisata più volte dall’attuale papa: “La chiesa non può e non deve prendere nelle sue mani la battaglia politica per realizzare una società più giusta”, ma sempre, nella sua azione e nel suo magistero che vuole illuminare i cristiani e gli uomini che desiderano ascoltarlo, essa deve arrestarsi al “pre-politico e pre-economico”. Solo così è infatti possibile la profezia ispiratrice di soluzioni tecniche che spettano alla società, cioè ai cittadini cristiani e non cristiani, tutti chiamati a pari titolo, con gli stessi diritti e doveri, a concorrere alla costruzione della polis.