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Fieri di essere cristiani


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Terra refrattaria cm 173,5 x3 7,5 x 51, GNAM, Roma
ARTURO MARTINI, Il pastore, 1930
Articolo di Enzo Bianchi
L’arte dell’ascolto, della comprensione, del rispetto – con annessi strumenti “ambigui” come la diplomazia, la mediazione, il compromesso

La Stampa, 4 marzo 2007

Da sempre esistono stagioni più o meno favorevoli al dialogo all’interno della convivenza civile: situazioni di conflitto tra stati o all’interno degli stati – con i conseguenti ripiegamenti identitari, la demonizzazione di chi pensa altrimenti, gli schieramenti contrapposti, le reciproche accuse di tradimento – rendono arduo il paziente lavoro di chi cerca di gettare ponti anziché erigere muri e soffocano nell’insulto gridato quell’ascolto dell’altro che è invece possibile quando si desidera ricostruire insieme un tessuto lacerato. Anche in ambito religioso l’arroccamento su posizioni intransigenti non fa che accentuare gli elementi negativi che ciascuno vede nella controparte e ignora riguardo a se stesso: così, da secoli clericalismo e anticlericalismo si alimentano a vicenda nelle epoche più battagliere e, specularmente, si attenuano l’un l’altro nelle stagioni di pacifica ricerca della convivialità.

Ma quello che è vero per l’alternarsi di “tempi” propizi o nefasti per il dialogo è vero anche per le persone, gli interlocutori reali e potenziali del confronto civile. L’arte dell’ascolto, della comprensione, del rispetto – con annessi strumenti “ambigui” come la diplomazia, la mediazione, il compromesso, la differenziazione tra obiettivi primari e secondari... - pare oggi svilita nella vituperata categoria del politically correct e identificata con l’ipocrisia. Se poi questi atteggiamenti concilianti dovessero riuscire a tradursi in pensieri e azioni conseguenti, basterà etichettarli di “buonismo” per disinnescarne le potenzialità. Da parte mia, diciassettenne lessi Perché non sono cristiano di Russell e da allora ho sempre dovuto e voluto confrontarmi, da cristiano quale sono fiero di essere sempre stato, con non credenti, atei e, a volte, anche anticristiani. Per contro, va oggi di moda assumere come genere letterario per dare voce al proprio pensiero il dileggio, il sarcasmo, l’offesa, la beffa verso chi la pensa diversamente.


Ne è esempio odierno Piergiorgio Odifreddi, “matematico impertinente” che, fatti due conti, ha scoperto che sbeffeggiare il cristianesimo e i cristiani può essere molto redditizio e che, se lo si fa vestendo i panni di uno scienziato ateo, c’è tutto da guadagnarci anche in stima e considerazione. Il suo più recente libro suscita rammarico e tristezza per il tono e per il contenuto: del tono si può avere un’idea partendo dal primo capitolo, intitolato “Cristiani e cretini”, per giungere al finale “verdetto sul Cristianesimo, che ovviamente è la condanna capitale già annunciata e riassunta nel titolo: e cioè che non possiamo essere Cristiani e meno che mai Cattolici, se vogliamo allo stesso tempo essere razionali e onesti; la ragione e l’etica sono infatti incompatibili con la teoria e la pratica del Cristianesimo”. In mezzo, un costante ricorso alla beffa e al giudizio sprezzante e nessuno spazio per argomentazioni ponderate.

Quanto al contenuto, è una veloce galoppata da Adamo ed Eva fino ai nostri giorni, che utilizza in modo letterale e storico – diremmo fondamentalista – numerosi versetti biblici per dimostrarne l’incongruenza storica e per rimproverare alla chiesa di non averli presi abbastanza alla lettera o, all’opposto, di averli applicati in modo fondamentalistico. Ma il principio di non contraddizione non dev’essere familiare a Odifreddi se, per costruire il suo edificio di ateo militante, accusa Dio di non essere abbastanza divino e di comportarsi in modo troppo simile all’uomo: insomma, Dio non potrebbe esistere perché quello di cui ci parla la bibbia è troppo poco Dio!


Non si può pretendere che un matematico sappia far uso dell’ermeneutica e dell’antropologia, tanto meno della sociologia della religione, né che un non credente che disprezza chi crede possa conoscere l’incessante interagire tra lo “sta scritto” del testo sacro e la comunità vivente che lo legge, lo accoglie, lo interpreta e lo trasmette cercando di viverlo, o sia in grado di distinguere tra dato storico e lettura di fede. Ma da uno scienziato ci si potrebbe perlomeno aspettare una qualche conoscenza dell’evolversi del pensiero umano e delle incongruenze presenti in ogni argomentare. Invece, come abbiamo visto, razionalità e onestà starebbero da sempre e soltanto dalla parte della scienza, impersonata tout-court dall’autore stesso. A volte queste affermazioni sconfinano nell’ingenuità, come quando afferma che «finché ci sono religioni ci saranno guerre di religione, come sempre ci sono state e ci sono», ignorando o fingendo di ignorare che da sempre è l’essere umano in quanto tale a essere tentato di risolvere ogni contrapposizione con la guerra e a cercare di rivestire con una motivazione “nobile” come la religione ben più ignobili cause. Senza contare che l’assolutismo totalitario di cui accusa la chiesa è trasposto tale e quale a quella che lui definisce scienza: «la scienza è una sola ... ed è solo alle sue affermazioni che si può sensatamente applicare il motto di essere e dover essere credute “sempre, dovunque e da tutti”. Diversamente dalle religioni, la scienza non ha bisogno di rivendicare nessun monopolio della verità: semplicemente, ce l’ha ». Di fronte a tanta certezza e soprattutto a una confusione di piani di lettura e interpretazione, un cristiano si chiede attonito “perché mai?”.


Sì, il libro suscita delusione e tristezza in chi ha profondo rispetto verso la ricerca di senso che abita anche in moltissimi atei o agnostici: se pensiamo alla raffinatissima cultura dell’oriente buddista, se siamo coscienti del patrimonio di etica e di rispetto che molti non credenti hanno saputo e sanno testimoniare ogni giorno, se riconosciamo la ricchezza che a ciascuno può venire dal dialogo tra identità e convinzioni differenti, non ci si può che rammaricare di questo pessimo servizio reso alla dignità di chi non crede.

Eppure, nonostante l’opera di Odifreddi e altre del genere edite in Italia e tendenti a negare la capacità di etica, di democrazia e di libertà dei cristiani nella polis, io continuo a credere che anche i non credenti possono avere una “vita interiore” e che i cristiani hanno il compito di dialogare con loro. E lo credo da cristiano cattolico che non ha nessuna tentazione di fare uso politico della fede e che si tiene lontano da ogni spiritualità sincretista e mondanizzante.

Enzo Bianchi

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