La stagione della responsabilità

Tuttavia, viviamo in una stagione e in una società la cui complessità richiede da parte di tutti e di ciascuno un’assunzione consapevole di responsabilità, di capacità cioè di “rispondere” in modo coerente ai propri principi agli interrogativi antichi e sempre nuovi che la vita quotidiana e la convivenza civile non cessano di porre. E questo in un clima non sempre ideale per il dialogo e il confronto perché turbato da considerazioni generali e generiche che non aiutano un sapiente discernimento di singole e articolate questioni. Così la cupa convinzione di quanti “nei tempi moderni non vedono che prevaricazione e rovina – per usare le parole di papa Giovanni all’apertura del concilio – e vanno dicendo che la nostra età, in confronto con quelle passate, è andata peggiorando” porta molti cristiani e porzioni di chiesa su posizioni difensive e arroccate, sempre più intrise di un’intransigenza che scorge solo vuoto, deserto e desolazione nell’odierna società non cristiana. A volte si ha l’impressione che sia presente nella chiesa una certa nostalgia dello stile assunto da Gregorio XVI che riteneva necessario “virgam compescere”, usare il bastone nella comunità cristiana in modo da distinguere con nettezza buoni e cattivi, affidabili e nemici. In questo caso la chiesa sempre più assumerebbe tratti arcigni, incapaci di farla percepire come “casa della misericordia”.

Indubbiamente in Italia, come in molte società occidentali, si avvertono non da oggi serie problematiche di vario genere che affliggono la “famiglia fondata sul matrimonio” e mutamenti di costume, più o meno correlati, che richiedono una presa d’atto e una conseguente risposta da parte delle istanze educative, amministrative e legislative. Ed è qui che emerge quell’esigenza di responsabilità di cui parlavo: un’assunzione di responsabilità che riguarda tutti, credenti e non credenti, semplici cittadini e amministratori pubblici, pastori e parlamentari, ciascuno nel proprio ambito e con le proprie capacità e competenze. Responsabilità che investono chi una famiglia ha avuto e a sua volta ha saputo formarla e chi invece ha sofferto la mancanza di quella cellula naturale della società o ha visto andare in frantumi quella che aveva faticosamente costruito; responsabilità che riguardano anche coloro che vorrebbero invece fuggirle scaricandole su altri; responsabilità da cui non sono esenti coloro che sull’esempio di Gesù hanno “lasciato casa, famiglia e campi” per seguire una chiamata del Signore, né quanti, indipendentemente dalle proprie vicende personali, sono stati chiamati a legiferare in vista del bene comune.

Pubblicato su: La Stampa