L’impossibile storia della Vergine Madre

Scultura
Vergine Madre che allatta
25 maggio 2007 
Lectio magistralis 
di ENZO BIANCHI
Maria è Madre perché è per ognuno di noi la terra, la madre terra dalla quale siamo stati tratti

La Repubblica, 25 maggio 2007

Dalla lectio magistralis “Mater Virgo, Virgo mater” tenuta a Bologna, 24 maggio 2007

Nel cristianesimo, anche se forse non sempre ne siamo consapevoli, molti sono gli ossimori, quelle paradossali affermazioni di linguaggio che cercano di esprimere realtà antitetiche. L’oggetto specifico della fede cristiana è un Dio-uomo, un crocifisso-risorto, un assente-presente. Le stesse tre virtù cosiddette teologali non chiedono forse di credere l’incredibile, di sperare l’insperabile, di amare il non amabile? Tra questi paradossi vi è anche quello della Mater Virgo / Virgo Mater, della Madre Vergine. Anche in questa paradossalità delle espressioni teologiche cristiane sta la moría, quella stoltezza-follia che l’apostolo Paolo nella Prima lettera ai Corinzi designa come sophía, sapienza di Dio.

Ma il tema della “Madre Vergine” non è presente solo in ambito cristiano: ha echeggiato in tutto il Mediterraneo – e non solo! – a tal punto che molti si sono chiesti se la venerazione di Maria, Madre e Vergine non abbia assorbito il culto di dee pagane madri e vergini. Si pensi ad Astarte, dea assiro-babilonese venerata a Canaan, dea dell’amore e della fecondità, quella Regina del cielo che conobbe l’ostilità dei profeti biblici; ad Artemide, la dea eternamente vergine che a Efeso aveva il suo grande santuario, stigmatizzato da Paolo secondo il racconto degli Atti degli apostoli; a Cibele-Rea, Magna Mater, venerata in Frigia e in Grecia; ancora alla fine del IV secolo Agostino di Ippona testimonia di un culto in onore della Vergine celeste e Madre degli dèi lasciato dai Fenici a Cartagine… Tutti culti che prendono in conto la maternità e verginità quali attributi di una divinità, che diviene nel cristianesimo la Vergine santa e Madre di Dio.


È vero che l’archetipo del femminile ha nutrito il mondo simbolico delle religioni pagane così come del cristianesimo; si può però affermare con Philippe Borgeaud – l’autore del bel testo La Madre degli dèi. Da Cibele alla Vergine Maria tradotto recentemente da Morcelliana – che, al di là delle analogie e delle reciproche influenze dei culti mediterranei, le figure delle dee vergini e madri e quella della Vergine Maria «restano assolutamente distinte». Nello stesso tempo, non va dimenticato che gli apologisti cristiani del II secolo ebbero la tendenza ad assumere senza complessi l’eco di concezioni mitologiche. Come Giustino che nella Prima Apologia si rivolge ai pagani in questi termini: «Noi raccontiamo che [Gesù Cristo] è nato da una vergine: ciò è comune al vostro Perseo». Insomma, strutture psichiche identiche sono presenti e all’opera, sia presso i pagani che presso i cristiani, nell’elaborazione di miti e teologie riguardanti la nascita di un Figlio divino. (...)

Se risaliamo alle scritture di Israele, quelle che i cristiani chiamano Antico Testamento, Dio, il Signore è il Padre di Israele e il Padre dei giusti. In lui non vi è nessuna immagine femminile né materna, anche se alcuni atteggiamenti amorosi descritti dai profeti ricordano quelli di una madre verso i figli: basti citare la misericordia, attributo di Dio che nasce dai suoi rachamim, dalle sue viscere materne. Nondimeno la verginità e la maternità ricevono nella Bibbia una grande attenzione e onore. La donna, creata «a immagine e somiglianza di Dio» come l’uomo, è soprattutto chiamata a diventare madre, a generare figli e figlie; il suo valore consiste proprio nella fecondità materna, mentre la verginità appare come una necessità fino alle nozze. Per questo la donna sterile dopo dieci anni di matrimonio poteva essere ripudiata, ed era dovere di un uomo sposare la moglie del proprio fratello morto senza figli, «perché il nome del fratello non si estinguesse in Israele». Se il matrimonio è alleanza, amore inserito in una storia, resta però primario che quanto della donna è lodato e onorato è soprattutto la maternità. In particolare, sono i sapienti di Israele a cantare la donna madre, moglie feconda, circondata dai figli nella sua casa e, nel contempo, a lodare la verginità prima delle nozze.


Nelle Scritture di Israele non vi è dunque alcun riferimento alla possibilità di una figura che sia contemporaneamente vergine e madre. Ma i cristiani, che accedono all’Antico Testamento attraverso la versione greca dei LXX, leggono il passo di Isaia riguardante la nascita del Messia non come: «una ragazza (‘almah) concepirà e partorirà un figlio», bensì come: «una vergine (parthénos) concepirà e partorirà un figlio», traduzione che forse reca in sé tracce di un’interpretazione già giudaica. E così nel Vangelo secondo Matteo la nascita di Gesù da Maria è testimoniata come compimento della profezia di Isaia, ed è significativo che già Giustino, all’inizio del II secolo, difenda la lettura dei LXX contro il testo ebraico. Maria, la Madre del Messia-Cristo, è una vergine, una donna nella condizione di chi «non ha conosciuto uomo», non si è unita ad alcun uomo: la sua maternità di Gesù procede dalla sua verginità… Ecco il paradosso, lo straordinario, il miracoloso della nascita di Gesù! Ciò che questo paradosso vuole significare è che solo Dio ci poteva dare un uomo come lui: Gesù non è nato «da sangue e carne, né da volere di uomo», e questo è stato affermato dai vangeli attraverso la verginità di Maria, diventata madre per la potenza dello Spirito santo. (...)

Nella tradizione religiosa che declina il mistero di Maria, nulla celebra la sua femminilità, ma tutto si concentra sul suo essere Vergine e Madre: Maria è così l’hapax per eccellenza, la figura irripetibile. Ma in realtà, se si leggono con intelligenza le Scritture sante, non è tanto la sua maternità a definire Maria, quanto piuttosto il suo trascendere la maternità fisica assumendo una maternità di altro tipo nei confronti di Gesù stesso e dei credenti in lui. I vangeli iniziano a raccontarci Maria come vergine per poi narrarla nella sua maternità, ma dai sinottici al quarto vangelo agli Atti degli apostoli c’è un crescendo che indica Maria come segnata da un’altra maternità, non biologica ma spirituale, nei confronti del discepolo amato da Gesù e della prima comunità dei credenti. (...)


Il percorso attorno a Maria la Mater Virgo può condurci a un’annotazione sulla maternità di Maria quale è percepita livello semplice e quotidiano da parte di milioni di cristiani cattolici e ortodossi. Numerosi sono i luoghi dedicati a Maria: santuari e chiese dedicate a Maria in città e in campagna, sui monti e sulle isole più piccole e solitarie… E in questi luoghi quante preghiere, quanti canti innalzati a lei! A questa donna dipinta o scolpita un numero incalcolabile di persone ha guardato e guarda come alla Madre. Nella loro desolazione, nelle loro angosce e nel loro pianto, chiedono l’impossibile, confidano che essa possa ascoltarli, avere misericordia di loro ed esaudirli, proprio perché in lei sentono la Madre: Monstra te esse Mater, «Mostrati Madre», essi invocano. Nelle nostre chiese di occidente, poi, spesso appare la statua della «Pietà», ossia di Maria che tiene tra le braccia il figlio morto: quante donne, stando davanti a questa icona, hanno pianto e piangono il figlio morto; e quanti credenti pregano di essere accolti, alla fine della loro vita, nelle sue braccia materne, braccia di Maria madre, braccia della terra madre!

Il nostro immaginario è ricco, e Maria la Madre polarizza molti dei nostri sentimenti. Maria è Madre perché è per ognuno di noi la terra, la madre terra dalla quale siamo stati tratti e alla quale torniamo. È forse un caso che in molte località vi siano icone di Madonne brune, nere, colore della terra? Maria è terra che ha accolto la Parola, terra che ha generato il Salvatore, terra divenuta Luogo di colui che non ha luogo, terra che i cristiani cantano quale «Terra del cielo», perché terra già trasfigurata in Dio. Maria, la Mater Virgo, è la Madre non solo di Gesù, ma anche dei credenti in lui: è lei la porzione di umanità già redenta, figura di quella «terra promessa» cui siamo chiamati, lembo di terra trapiantato in cielo. In lei è prefigurata la meta che attende ogni vivente: l’assunzione dell’umano, di tutto l’umano, in Dio.

Enzo Bianchi

Pubblicato su: La Repubblica