Se la fede diventa "il male"

Ma qualsiasi elenco di misfatti compiuti in nome della religione – che per quanto riguarda la chiesa, e a differenza di altre istituzioni o ideologie, sono anche stati oggetto di pentimento e di richiesta di perdono – non mi pare possa fondare l’accusa di autoritarismo, violenza, fanatismo, integrismo, intolleranza rivolta oggi con sorprendente leggerezza alla forma monoteista in quanto tale. Il problema infatti non risiede nel monoteismo in sé, ma nel suo uso: è questo che lo può rendere – e storicamente lo ha anche reso – funzionale a un regime politico e dunque fattore di inimicizia e divisione tra gli uomini. La deriva ideologica del fatto religioso è antica quanto le religioni ed è sempre in agguato: lo stesso cristianesimo conosce oggi la tentazione della sua funzionalità sociale nella forma della “religione civile”. Deriva ideologica, sempre potenziale fomentatrice di violenze, che si registra quando il connotato di evento della religione passa in secondo piano rispetto all’aspetto istituzionale, quando si strappa l’immaginario religioso dal suo orizzonte mistico per subordinarlo a un orizzonte etico.

La religione, infatti, ha un ruolo fondamentale per l’unità integrativa di ogni cultura e questo ruolo a volte ha accentuato conflitti, soprattutto tra monoteismi, ma può svolgere una preziosa funzione di riconciliazione, di rappacificazione in vista di un ordine mondiale contrassegnato dalla coesistenza, il confronto, il dialogo. Sarebbe quindi auspicabile non minimizzare e, ancor meno, ridicolizzare le religioni, ma prestare attenzione alla forza e all’efficacia che possiedono grazie alla loro memoria del passato, alla richiesta di responsabilità nel presente e all’indicazione di un destino collettivo: queste loro qualità possono contribuire ancora oggi a un’autentica umanizzazione anche in società ipersecolarizzate.

Pubblicato su: La Stampa