Se la fede diventa "il male"

Così in Europa esiste sì un’eclisse delle istituzioni religiose come le chiese, il cristianesimo è sì diventato minoritario, ma la sua presenza, la sua forza e la sua eloquenza non si misurano sulla “pratica liturgica”: c’è un modo di stare nel mondo, di mettersi in rapporto con gli altri e la realtà circostante che risente fortemente del cristianesimo. Ed è sul piano dell’autenticità della testimonianza che si manifesta come i monoteismi possono intrattenere con il potere rapporti non solo di connivenza o di giustificazione, ma anche di critica o contestazione. Non è questa la lezione dei profeti biblici e dello stesso Gesù di Nazaret? Non è ciò che hanno vissuto i martiri cristiani di ogni epoca? E nell’islam non troviamo forse figure come quella di Hallâj, consigliere di corte, incapace di qualsiasi piaggeria al punto da essere messo a morte come martire? E come dimenticare, in tempi più vicini a noi e all’interno del monoteismo ebraico, la lotta di Martin Buber contro la strumentalizzazione politica della teocrazia biblica presente nel sionismo politico?

Ma un elemento fondamentale – che mi pare carente nell’attuale dibattito a basso prezzo sui vari “libri neri” ascrivibili alle diverse religioni e ideologie – è la consapevolezza che i testi sacri delle religioni non nascono in un mondo “vergine” da violenze, sopraffazioni e comportamenti che definiremmo disumani: non viene da loro l’istigazione a delinquere. Al contrario, si rivolgono all’essere umano cercando di spiegare l’inspiegabile propensione al male che si scontra con l’anelito al bene, tentando di arginare la violenza limitando o “nobilitando” i casi in cui essa viene usata e le modalità stesse per esercitarla: ne sono esempi classici, ma ben lungi dall’essere gli unici, il salvacondotto garantito a Caino per porre un limite alla vendetta o la cosiddetta “legge del taglione” che proporziona la pena alla colpa.

Pubblicato su: La Stampa