Se la fede diventa "il male"

La religione allora non “avvelena” un primordiale corpo sano dell’umanità, non contamina delle idee immacolate, non deteriora un organismo dalle “magnifiche sorti e progressive”, ma piuttosto cerca di cogliere le radici profonde delle derive cui l’essere umano di ogni tempo e di ogni latitudine è costantemente tentato di abbandonarsi, fornisce un “farmaco” per combatterle e attenuarne le conseguenze, offre un criterio di discernimento in vista di una vita degna di tal nome. La violenza che troviamo nei testi sacri – e che storicamente è stata anche propulsore di comportamenti esecrabili – è la violenza che si annida nel cuore umano: è scritta nel libro perché è incisa nell’intimo della persona, ma non è essa il destino che attende l’uomo, non è la sua verità, non è la sirena al cui fascino deve inesorabilmente arrendersi il viaggiatore sui sentieri della storia.

Non si tratta allora di rinfacciarsi reciprocamente le nefandezze commesse da credenti monoteisti, atei di diverse ideologie, vecchi e nuovi politeisti, ma piuttosto di riaffermare, ciascuno mediante il proprio universo di pensiero e di convincimenti e facendo memorie di splendori e miserie che lo caratterizzano, che ogni essere umano è più grande del male che è capace di compiere e che l’umanità si innalza al livello di cui è degna nonostante le continue contraddizioni a ciò che essa stessa considera “bene”.

Enzo Bianchi

Pubblicato su: La Stampa