Perdere la vita e ritrovarla a Canterbury

Pochi oggi lo vogliono ricordare, ma noi ragazzi e giovani cattolici, crescevamo con il desiderio del martirio anzi, come ci veniva insegnato, pregavamo perché il Signore ci facesse il dono di manifestare la nostra fede in lui anche attraverso la testimonianza di una morte inflitta a motivo di Cristo. Sì, erano altri tempi, con un’altra chiesa e un’altra modalità di stare nel mondo da parte dei cristiani: prevaleva un atteggiamento difensivo di fronte ai nemici della fede e intransigente in nome dell’identità cattolica. Così era interpretata e vissuta in quegli anni l’irriducibile “differenza” cristiana, l’essere “nel mondo ma non del mondo”, il paradosso di una scelta radicale che comportava anche il “perdere la vita” per ritrovarla in pienezza.

La festa liturgica di Thomas Becket cadeva anche allora il 29 dicembre, nei giorni delle vacanze natalizie, in cui i parroci non perdevano occasione per “istruire” i ragazzi e fornire loro esempi di testimoni della fede. Chi della mia generazione non ha letto l’omelia dei vespri di natale che Eliot mette sulle labbra di Becket, con la sua riflessione sulla morte che è nascita e sulla nascita vera che è morte? Chi non ricorda le parole del vescovo Thomas sul martirio che non può essere un progetto individuale da ricercare ma che, se ci viene incontro, va assolutamente accolto perché occorre sempre fare bene ciò che si deve fare e riceverà il premio solo chi ha combattuto secondo le regole?

Pubblicato su: Avvenire