Perdere la vita e ritrovarla a Canterbury

E’ nutrito di questi sentimenti che nell’estate del 1962 volli recarmi in pellegrinaggio sui luoghi segnati dalla vicenda di Thomas Becket: Fleury-sur-Loire, Sens, Saint Omer, Pontigny... Ma la meta del viaggio, la cattedrale di Canterbury, mi riservò una delusione e mi obbligò a una profonda riflessione: lì, infatti, più nessuna traccia della tomba dell’arcivescovo, ma solo una lapide accanto a una cappella laterale. Era stato davvero quello l’inizio di un conflitto tra re e chiesa che avrebbe caratterizzato per secoli la storia e la fede delle isole britanniche, fino al tragico scontro tra un altro re Enrico e un altro fidato cancelliere Tommaso: quasi quattrocento anni dopo, Enrico VIII e Tommaso Moro conosceranno una vicenda per molti versi analoga a quella dei loro omonimi, che si chiuderà anch’essa con il martirio di Tommaso e, significativamente, con la conseguente distruzione della tomba di Becket nella maestosa cattedrale di Canterbury, avvenuta nel 1538.

Così, quando giunse nelle sale il film di cui avevo letto l’opera teatrale sottostante io, ormai ventunenne, corsi a vederlo con un ritrovato entusiasmo di fiero militante cattolico. La pellicola era anche divertente e avvincente, una sorta di commedia rosa e nera, con Peter O’Toole che interpretava magnificamente un istrionico Enrico II, sedotto dal fascino e dall’intelligenza di Thomas Becket – impersonato da un altrettanto grandioso Richard Burton. Il sentimento di amore-odio che Enrico II nutriva per l’amico Thomas si manifestava con una copiosa espressività: rabbia, risa, urla,scherzi, minacce, lusinghe...

Pubblicato su: Avvenire