Perdere la vita e ritrovarla a Canterbury

E’ la guerra! Il re, furibondo perché proprio colui che avrebbe dovuto spianargli la strada gli si erge ora davanti come baluardo insormontabile, trama con alcuni vescovi, in particolare Gilbert Foliot, titolare della sede di Londra, e accusa Becket di tradimento. L’arcivescovo è privato dei suoi beni e costretto a mettersi in salvo in Francia, dove trova rifugio nelle abazie di Saint Omer prima e poi di Pontigny: il giovane dalla bella vita, il cancelliere onnipotente conosce ora la dura ascesi della vita monastica riformata da Bernardo. Lo stesso papa Alessandro III, cui l’arcivescovo di Canterbury si era rivolto, esita a prenderne risolutamente le difese e finisce per abbandonarlo al suo destino. Tommaso dapprima scomunica vescovi, chierici e baroni schieratisi con la corona, poi tenta una riconciliazione e dopo una tregua precaria concordata a Fréteval – stupenda la resa cinematografica dell’incontro tra i due a cavallo sulla spiaggia – decide di tornare in Inghilterra confidando forse che l’antica amicizia con il re gli potesse garantire qualche margine di manovra. Ma, come afferma Enrico II, “L’amicizia è una bestia familiare, tenera e viva. Sembra avere solo due occhi sempre posati su di voi e capaci di riscaldare il cuore. Non le si vedono i denti, ma è una bestia che ha una strana particolarità: morde quando è morta!”.

E l’amicizia tra il re e il suo cancelliere è morta quando questi ha accettato di servire un altro Re e di anteporre l’onore di Dio a quello del re. Così il rientro trionfale di Becket, acclamato dalla folla che vede in lui il difensore dei poveri contro lo strapotere reale, diviene una parabola dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme: il corteo festoso che il 1 dicembre 1170 lo accompagna dalle bianche scogliere di Dover a Canterbury svanirà nella penombra della cattedrale dove il 29 di quello stesso mese, alcuni cavalieri del re lo assassinano accanto all’altare.

Pubblicato su: Avvenire