La memoria dei morti


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Ciò è dovuto al fatto che la chiesa, nell’accogliere questo tentativo di risposta umana alla “grande domanda” posta a ogni essere umano, ha saputo proiettarla nella luce della fede pasquale che canta la risurrezione di Gesù Cristo da morte e l’ha fatta precedere dalla festa di tutti i santi, quasi a indicare che i santi trascinano con sé i morti, li prendono per mano per ricordare a noi tutti che non ci si salva da soli e che tutti viviamo avvolti in un’unica grande comunione d’amore. Così, è al tramonto della festa di tutti i santi che i cristiani non solo ricordano i morti, ma si recano al cimitero per visitarli, come a incontrarli e a farsi ascoltare da loro attraverso pochi gesti, una preghiera, un mazzo di fiori, l’accensione di un lume: sono semplici manifestazioni di un amore che la morte non può sopraffare, un affetto che in questa occasione è capace di assumere anche il male che ha attraversato la vita dei propri cari e di avvolgerlo in una grande compassione abitata dal perdono dato e ricevuto.

Sì, porre i propri morti e se stessi davanti a Dio nella preghiera è un esercizio di comunione, un rinnovamento dell’amore: certo, con parole, linguaggi, gesti diversi, ma vissuti negli affetti e nel desiderio di dare e ricevere vita. La memoria dei nostri morti è allora decisiva per vivere il nostro presente e sperare il nostro futuro, ed è sorgente di sapienza per coglierci nella catena di generazioni che abitano questa terra, ciascuna delle quali è tenuta a essere solidale e responsabile nei confronti della successiva. Ciascuno di noi, poi, sa che molto di quanto lo abita in profondità e gli fornisce un’identità deriva proprio da chi lo ha generato, da quanti lo hanno amato e sono stati da lui amati, dalle persone con cui ha vissuto e dalle quali ha ricevuto il senso stesso della vita.