“Essere minoritari non significa essere insignificanti”

La transizione tra un’epoca segnata da un cristianesimo dominante e questo nuovo statuto di minoranza è vissuta come un trauma da molti nella Chiesa. Da Lei no?

E’ un passaggio doloroso e una prova, ma non bisogna aver paura, né temere. I nostri occhi fanno fatica a discernere e non bisogna fidarsi delle statistiche, perché la fede non è misurabile. Nessuno, nella nostra società secolarizzata, è infatti capace di misurare l’influenza durevole del Vangelo quando tocca il cuore di un uomo.

Lei non è quindi preoccupato per il futuro?

Ho una grande fiducia, perché se noi crediamo che il cristianesimo è una forma di umanizzazione, allora gli uomini si interesseranno al cristianesimo. Se ci fossero degli ostacoli nel processo di umanizzazione, verrebbero da noi e non dal mondo. Siamo noi che non siamo capaci di dire la nostra speranza, di suscitare negli altri interesse con la nostra arte di vivere e di fare della nostra vita umana con il Cristo un vero capolavoro.

Lo statuto di minoranza può accompagnarsi ad un atteggiamento di chiusura all’interno della propria comunità confessionale con degli irrigidimenti: che cosa ne pensa?

Bisogna riconoscere che il dialogo, l’apertura agli altri, l’esercizio dell’alterità è diventato più difficile, perché suscitano diffidenza e attraversiamo una specie di inverno in tutte le religioni. Ma è un periodo che passerà. Se la Chiesa resiste alla mondanità, se la Chiesa comprende che pregare Gesù Cristo per l’unità non è una moda, ma appartiene all’essenza stessa della vita cristiana, allora avremo una nuova primavera dell’ecumenismo, un tempo nuovo per il dialogo.

Lei è ottimista!

Ho veramente speranza. E’ un’ora che passerà. Ancora una volta, il Vangelo avrà la meglio su tutte queste contraddizioni.

Pubblicato su: La Croix