“Essere minoritari non significa essere insignificanti”

Ma come evitare il peggio?

Siamo condannati alla dinamica della Pentecoste. Il cristianesimo è plurale. Deve imparare la diversità e non l’uniformità. E spero che la si troverà nel ministero di Pietro (quello del papa come vescovo di Roma), un ministero di unità che è necessario per tutte le Chiese, come il Signore lo ha voluto. Il papa può infatti svolgere un ruolo perché si realizzi la comunione delle Chiese. Così fu durante il primo millennio del cristianesimo. Io soffro oggi per lo spirito ecumenico perché ci sono, nelle Chiese, delle persone che lavorano contro l’unità o che costruiscono una prassi difensiva. Non la vinceranno, perché lo spirito del Vangelo vincerà queste opposizioni. Ma diffidiamo del disprezzo per le altre culture: non è questo lo spirito cristiano. Cristo è stato capace di sedersi alla tavola dei peccatori, è addirittura morto tra due malfattori. La Chiesa è il suo corpo, non può avere una strada diversa da quella del suo Signore! Ma deve avere il coraggio di essere uno spazio di incontro e di ascolto di ogni uomo: allora il Vangelo potrà dilatarsi e raggiungere ogni uomo.

Il futuro dei cristiani passa anche attraverso un accresciuto dialogo con le altre religioni?

Bisogna essere molto chiari su questo punto. Non sono d’accordo quando si afferma che il cristianesimo è uno dei tre monoteismi. Il cristianesimo è un monoteismo speciale, poiché la via che ci porta a Dio come comunione e Trinità, è un uomo. E’ attraverso l’umanità di Cristo che noi possiamo andare a Dio. Altra specificità, il cristianesimo ha stabilito tre rotture: tra il sangue e la famiglia, tra la terra e la patria, tra il tempio e la religione. Queste tre rotture impediscono ai cristiani di essere fondamentalisti, nazionalisti e uniformi… Certo, la verità resta una - è il Cristo! -, ma l’antropologia cristiana è plurale e deve assolutamente passare attraverso un’interpretazione umana. Una terza specificità cristiana consiste nel credere che ogni uomo è ad immagine e somiglianza di Dio. Anche se un uomo perde la sua somiglianza con Dio, conserva in sé la sua immagine e resta quindi sempre capace di fare il bene. A partire da queste specificità, e con questa capacità di ascolto, bisogna che noi conduciamo un dialogo per essere insieme ai fratelli. Il che non vuol dire avanzare nel dialogo interreligioso con uno spirito irenico, ma condurre questi dialoghi sul piano dell’umanità e su quello della ragione. Avendo il coraggio del confronto, e di chiedere sia all’islam che all’ebraismo di leggere i testi come parole umane dove si può trovare la Parola di Dio, senza lasciare spazio al fondamentalismo o a letture senza rapporto con la realtà.

Pubblicato su: La Croix