“Essere minoritari non significa essere insignificanti”

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TRENTO LONGARETTI, Fuggiaschi e collina gialla
Intervista a ENZO BIANCHI
Il cristianesimo è plurale. Deve imparare la diversità e non l’uniformità

intervista ad Enzo Bianchi a cura di Jean-Marie Guénois

traduzione dal francese
a cura della redazione di finesettimana.org

La Croix ,17 novembre 2007

Fondatore di una comunità monastica ecumenica in Italia, Fratel Enzo Bianchi non è preoccupato per il futuro del cristianesimo.

Lei osa affermare che la fine della cristianità è un’opportunità per il cristianesimo…

E lo confermo, poiché il cristianesimo ha vissuto fino ad ora un’ambiguità, quella di “essere” cristiani senza aver dovuto diventarlo, di essere praticanti senza veramente vivere un cammino di fede personale. Questa coincidenza tra la fede e la società non esiste più, e la nuova situazione di minoranza dei cristiani è un’opportunità per manifestare che la loro fede è vissuta nella libertà e per amore. La libertà e l’amore sono in effetti le condizioni della vita cristiana. Non sono più il caso o la necessità.

Diventare minoranza può condurre ad una futura scomparsa: ciò non la preoccupa?

Essere minoritari non significa essere insignificanti. Ci sono delle minoranze efficaci, che agiscono nella società perché il messaggio cristiano sia ascoltato. Bisogna quindi stare attenti che questo statuto di minoranza non porti ad un soffocamento, ma sia come il sale o la luce del mondo. Bisogna che la minoranza cristiana abbia la possibilità reale di esercitare una vera influenza evangelica nel cuore dell’umanità.

Minoritari, i cristiani devono cercare di avere influenza sulla società?

Non bisogna né avere l’ossessione dell’influenza, né averne paura. La vera vita cristiana porta in sé un messaggio di umanizzazione. La spiritualità cristiana è, in fondo, un’arte di vivere umanamente. Se gli uomini percepiscono che i cristiani hanno una vita buona, vera e felice, si porranno la domanda sul fondamento di questa vita, e l’annuncio di Gesù Cristo diventerà quasi naturale. Si farà nel dialogo, senza imporsi.


La transizione tra un’epoca segnata da un cristianesimo dominante e questo nuovo statuto di minoranza è vissuta come un trauma da molti nella Chiesa. Da Lei no?

E’ un passaggio doloroso e una prova, ma non bisogna aver paura, né temere. I nostri occhi fanno fatica a discernere e non bisogna fidarsi delle statistiche, perché la fede non è misurabile. Nessuno, nella nostra società secolarizzata, è infatti capace di misurare l’influenza durevole del Vangelo quando tocca il cuore di un uomo.

Lei non è quindi preoccupato per il futuro?

Ho una grande fiducia, perché se noi crediamo che il cristianesimo è una forma di umanizzazione, allora gli uomini si interesseranno al cristianesimo. Se ci fossero degli ostacoli nel processo di umanizzazione, verrebbero da noi e non dal mondo. Siamo noi che non siamo capaci di dire la nostra speranza, di suscitare negli altri interesse con la nostra arte di vivere e di fare della nostra vita umana con il Cristo un vero capolavoro.

Lo statuto di minoranza può accompagnarsi ad un atteggiamento di chiusura all’interno della propria comunità confessionale con degli irrigidimenti: che cosa ne pensa?

Bisogna riconoscere che il dialogo, l’apertura agli altri, l’esercizio dell’alterità è diventato più difficile, perché suscitano diffidenza e attraversiamo una specie di inverno in tutte le religioni. Ma è un periodo che passerà. Se la Chiesa resiste alla mondanità, se la Chiesa comprende che pregare Gesù Cristo per l’unità non è una moda, ma appartiene all’essenza stessa della vita cristiana, allora avremo una nuova primavera dell’ecumenismo, un tempo nuovo per il dialogo.

Lei è ottimista!

Ho veramente speranza. E’ un’ora che passerà. Ancora una volta, il Vangelo avrà la meglio su tutte queste contraddizioni.


Ma come evitare il peggio?

Siamo condannati alla dinamica della Pentecoste. Il cristianesimo è plurale. Deve imparare la diversità e non l’uniformità. E spero che la si troverà nel ministero di Pietro (quello del papa come vescovo di Roma), un ministero di unità che è necessario per tutte le Chiese, come il Signore lo ha voluto. Il papa può infatti svolgere un ruolo perché si realizzi la comunione delle Chiese. Così fu durante il primo millennio del cristianesimo. Io soffro oggi per lo spirito ecumenico perché ci sono, nelle Chiese, delle persone che lavorano contro l’unità o che costruiscono una prassi difensiva. Non la vinceranno, perché lo spirito del Vangelo vincerà queste opposizioni. Ma diffidiamo del disprezzo per le altre culture: non è questo lo spirito cristiano. Cristo è stato capace di sedersi alla tavola dei peccatori, è addirittura morto tra due malfattori. La Chiesa è il suo corpo, non può avere una strada diversa da quella del suo Signore! Ma deve avere il coraggio di essere uno spazio di incontro e di ascolto di ogni uomo: allora il Vangelo potrà dilatarsi e raggiungere ogni uomo.

Il futuro dei cristiani passa anche attraverso un accresciuto dialogo con le altre religioni?

Bisogna essere molto chiari su questo punto. Non sono d’accordo quando si afferma che il cristianesimo è uno dei tre monoteismi. Il cristianesimo è un monoteismo speciale, poiché la via che ci porta a Dio come comunione e Trinità, è un uomo. E’ attraverso l’umanità di Cristo che noi possiamo andare a Dio. Altra specificità, il cristianesimo ha stabilito tre rotture: tra il sangue e la famiglia, tra la terra e la patria, tra il tempio e la religione. Queste tre rotture impediscono ai cristiani di essere fondamentalisti, nazionalisti e uniformi… Certo, la verità resta una - è il Cristo! -, ma l’antropologia cristiana è plurale e deve assolutamente passare attraverso un’interpretazione umana. Una terza specificità cristiana consiste nel credere che ogni uomo è ad immagine e somiglianza di Dio. Anche se un uomo perde la sua somiglianza con Dio, conserva in sé la sua immagine e resta quindi sempre capace di fare il bene. A partire da queste specificità, e con questa capacità di ascolto, bisogna che noi conduciamo un dialogo per essere insieme ai fratelli. Il che non vuol dire avanzare nel dialogo interreligioso con uno spirito irenico, ma condurre questi dialoghi sul piano dell’umanità e su quello della ragione. Avendo il coraggio del confronto, e di chiedere sia all’islam che all’ebraismo di leggere i testi come parole umane dove si può trovare la Parola di Dio, senza lasciare spazio al fondamentalismo o a letture senza rapporto con la realtà.


Lei pensa che il futuro del cristianesimo possa essere oscurato dallo scontro di civiltà?

E’ sull’etica che avrà luogo lo scontro di civiltà. In Italia, per esempio, vedo crescere un anticlericalismo che non era presente dieci anni fa, e si trasforma perfino in anticristianesimo.

Come evitarlo?

Bisogna creare uno stile di ascolto. I cristiani e in particolare i cattolici ascoltano troppo poco. Senza ascolto, non c’è comunicazione e futuro comune. Solo un esercizio di ascolto può condurre alla comunicazione, poi la comunicazione può portare alla comunione. La Chiesa, in ambito etico, vuole essere a servizio della dignità dell’uomo: com’è che passa talvolta per fondamentalista? Ci esprimiamo attraverso dei divieti, e non siamo quindi capiti. Dobbiamo parlare ai credenti e ai non cristiani con termini diversi da quelli della catechesi. Se presentiamo la legge naturale come l’abbecedario della qualità umana dell’uomo, potremo partecipare alla costruzione di un’etica mondiale.

Quale priorità vede per il futuro della Chiesa?

Per quanto riguarda la vita interna della Chiesa, c’è una parola che non abbiamo il coraggio di usare, è quella di “sinodalità”. La sinodalità consiste nel camminare insieme con le nostre differenze. La Chiesa, da parte sua, parla di collegialità, il che si riferisce ad una stessa appartenenza. Ora, la sinodalità è una necessità urgente per mostrare che la Chiesa è una comunione nella diversità. Se la Chiesa non è una comunione in se stessa, non saprà essere in comunione con gli altri. E quando si fa un cammino senza gli altri si finisce per farlo contro gli altri.


Enzo Bianchi, profeta suo malgrado

di J.-M. G., “La Croix” del 17 novembre 2007

Questo religioso atipico ha realizzato un progetto monastico unico. La sua faccia tonda e la sua barba bianca, senza parlare della sua voce stentorea, sono ben conosciute nel mondo cristiano dove è immagine di profeta: non quello che predice il futuro, ma quello che può inventarlo, e senza dubbio costruirlo. Questo laico (rivendica sempre questo statuto, non essendo prete) aspirava alla vita eremitica. Nel 1968, si trova, un po’ suo malgrado, fondatore di una comunità assolutamente originale: è una comunità ecumenica e riunisce sotto gli stessi tetti degli uomini e delle donne nel piccolo villaggio di Bose, nel Nord Italia, non lontano da Aosta e da Torino. Controllato da vicino, atteso al varco, questo progetto ha avuto successo e procede negli anni. Oggi, sono quasi 70 i monaci e le monache che, diverse volte al giorno, pregano gli uni davanti agli altri in una bella cappella. Fra di loro ci sono dei protestanti e un ortodosso, anche se la maggioranza è cattolica. Vi sono anche dei postulanti, in numero tale che la comunità non accetta tutte le richieste: un fenomeno raro in Occidente. Vi sono infine in un anno più di 15.000 persone in ritiro, che si stringono qui per fermarsi, restare in silenzio, lasciarsi istruire e pregare. Niente di eccezionale, tuttavia, né di sgargiante nella liturgia (ma il salmodiare è molto piacevole), nessuno stile elaborato né estetismi: la preghiera, la lectio divina, la liturgia delle ore, il lavoro manuale e intellettuale, la vita in comunità, un ritorno radicale alla sorgente semplice della vita eremitica secondo i Padri del deserto. “La settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, qui è tutto l’anno”, scherza Enzo Bianchi nel sul bell’accento aspro del Piemonte. Anni di unità che passano, e una comunità che tiene. Ecco dunque il segreto di questo profeta gioviale: tentare di vivere nel presente e nell’implorazione il dono dell’unità dei cristiani chiesto da Cristo. Senza troppi discorsi, ma con gli atti. Nel 1965, Enzo Bianchi aveva cominciato da solo in questo luogo. Tre anni più tardi, nel 1968, dei “fratelli” e delle “sorelle” cominciano a raggiungerlo. Nel 1973, la vigilia di Pasqua, i primi sette fanno la loro professione di fede monastica. “Tu non sei entrato in comunità per rifare una Chiesa che ti soddisfacesse o che fosse a tua misura; tu appartieni a Cristo attraverso la Chiesa che ti ha generato a Lui con il battesimo. Tu riconoscerai quindi i suoi pastori, i suoi ministeri nella loro diversità e cercherai sempre di essere segno di unità” è scritto al numero 43 della regola di Bose.

Pubblicato su: La Croix