Il presepe, Betlemme in casa

Né andrebbero trascurati simboli minori ma efficaci ed eloquenti, soprattutto per i bambini. Penso al presepe, questa possibilità di avere “Betlemme in casa” in occasione delle feste di Natale: vedere rappresentato ciò che si vive nella liturgia in chiesa, assieme a tutta la comunità cristiana, toccare con mano ciò che si medita pregando personalmente in quei giorni, dare una forma plastica a ciò che è causa di una gioia condivisa e rende il Natale non un semplice momento di evasione, ma un’autentica opportunità di festa.

Se l’oriente cristiano ha affidato all’icona – questa scrittura immaginifica del Vangelo collocata negli angoli delle case o esposta in chiesa – la narrazione teologica del Natale, il genio dell’occidente ha inventato il presepe. Nell’occidente cristiano medioevale si volevano celebrare, rivivere i misteri della vita di Cristo mediante rappresentazioni sceniche attorno alle cattedrali e alle chiese affinché il popolo che non sapeva leggere e non poteva quindi avere assiduità con la sacra Scrittura potesse imprimere nella mente e nel cuore il mistero celebrato liturgicamente, soprattutto quello del Natale di Gesù e quello della sua passione e morte. La tradizione cristiana già a partire dal II e III secolo, con Giustino e poi Origene, testimonia che a Betlemme, il luogo dove secondo i Vangeli Maria partorì Gesù, c’era la grotta della natività su cui l’imperatore Costantino fece erigere una basilica. Successivamente Girolamo, che lasciò Roma per vivere nel deserto della Giudea, stabilitosi a Betlemme descrisse con particolari la “grotta naturale in cui è nato il Creatore dei cieli: qui è stato avvolto in fasce, qui fu trovato dai pastori, qui fu indicato dalla stella, qui i magi lo hanno adorato”. Una descrizione che è già l’anticipazione del “presepe”, termine che significa recinto chiuso, mangiatoia: questa scena sarà raffigurata nei mosaici, poi dai pittori, e darà luogo a questa originale rappresentazione dell’incarnazione.

Pubblicato su: Avvenire