Il presepe, Betlemme in casa

Noi bambini mettevamo tanta cura in quell’allestimento perché sentivamo di poter vivere dentro di noi quello che cercavamo di raffigurare. Mi ricordo che mi mettevo accanto al presepe con il Vangelo in mano e che, in base a quello che vi leggevo, disponevo e spostavo statuine e personaggi. Ero sorpreso di non trovare nel Vangelo l’asino e il bue, che pure mi erano così familiari e che consideravo necessari per riscaldare quel bambino che stava per venire “in una grotta al freddo e al gelo”! Il parroco mi aveva tranquillizzato dicendomi che il profeta Isaia aveva scritto che “il bue riconosce il suo Signore e l’asino riconosce la greppia del suo padrone” (cf. Is 1,3). Questo mi aveva tranquillizzato e, poco alla volta, portato a capire che anche le povere bestie, come i semplici pastori e i sapienti magi avevano saputo riconoscere la venuta di Dio nel mondo, mentre invece re potenti, sacerdoti, scribi, uomini religiosi non se ne erano accorti.

La vigilia di Natale, poi, si pregava tutti attorno al presepe: noi bambini contemplavamo quelle lucine che nella povertà del dopoguerra erano capaci di stupirci con i loro colori e il loro lampeggiare, ma nello stesso tempo eravamo attratti dal mistero di un infante deposto sulla paglia, incapace di parlare, eppure proprio quel bambino era il Dio per noi e tra di noi, il Dio che per amore nostro volle farsi uno di noi. Sì, anche facendo il presepe noi ci esercitavamo a sapere, a conoscere chi era Gesù e come era venuto al mondo. Così imparavamo fin da piccoli ad amarlo. “Nascesse pure mille volte Gesù a Betlemme, non serve a nulla se non nasce in te...” ha scritto Silesio. Ecco, per i bambini “fare il presepe” è il modo più semplice per imparare a far nascere Gesù in sé, per rivivere con amore l’evento di Betlemme.

Enzo Bianchi

Pubblicato su: Avvenire