Gerusalemme: città-visione di pace

Eppure le tragiche evidenze della storia non fermano l’anelito più profondo dei credenti nelle tre religioni che riconoscono il Dio di Abramo come l’unico Dio: vedere la città santa di Gerusalemme come luogo di una pace possibile, una pace dono di Dio e profezia umana, una pace che non è solo assenza di guerra ma presenza di shalom- salam, “vita piena”, salute, armonia nella propria e nell’altrui esistenza, “grazie e pace” per usare la terminologia apostolica. Questo desiderio è invocazione consapevole che gli uomini da soli non riescono a portare a compimento la vocazione pacificante di Gerusalemme, ma nel contempo è anche assunzione di responsabilità, impegno fattivo affinché le opere, i pensieri, le parole di pace e di vita prevalgano sulle pulsioni di guerra e di morte.

Del resto, proprio gli elementi che fanno di Gerusalemme una città “santa”, cioè separata, distinta, messa a parte da Dio e per Dio, contengono per ciascuna delle tre religioni una dimensione di vuoto, di attesa, di “non ancora”. Gli ebrei vi attendono la venuta del Messia e il giudizio di tutte le generazioni, i cristiani vi venerano il sepolcro vuoto del loro Signore che “tornerà un giorno allo stesso modo in cui è stato visto andare in cielo” (cf. At 1,11), i musulmani pregano sul luogo da cui il Profeta è salito al cielo. Ora, queste attese, così diverse eppur convergenti in un luogo preciso, non possono e non devono alimentare pretese esclusive, non possono e non devono essere vissute gli uni contro gli altri, non possono e non devono tradire la vocazione ultima di Gerusalemme, il suo essere “Visione di pace”.

Pubblicato su: Avvenire