Gerusalemme: città-visione di pace

1995, cm 67 x 93
DANIEL LIFSCHITZ, Gerusalemme nuova
Avvenire
06 gennaio 2008
di ENZO BIANCHI
Segno e luce per tutte le genti

Avvenire, 6 gennaio 2008

Da almeno tre millenni, cioè dalla conquista di Davide, le vicende politiche e militari della storia di Gerusalemme si intrecciano con la sua dimensione spirituale e così il suo nome “Visione di pace” è costantemente segno di speranza e di contraddizione, attesa e disillusione. Sono le radici ancora più antiche di Gerusalemme a fare di essa il luogo di incontro e di ostilità tra ebrei, cristiani e musulmani, tra coloro che si dichiarano “figli di Abramo”: questi accettò di sacrificare il figlio (Isacco secondo la Bibbia, Ismaele secondo il Corano) sul monte Morjah, il monte identificato con l’altura di Gerusalemme, in risposta all’appello di Dio e divenne così ‘Avinu, “nostro padre”, padre di tutti i credenti nel Dio unico.

Proprio queste ascendenze comuni, questo guardare verso Sion come luogo di cui è detto “Ogni uomo è nato là; insieme danzeranno cantando: In te le nostre fonti!” (Sal 87,5-7), questo considerare Gerusalemme come città “unica e universale”, come “la Santa” (al-Quds è chiamata dalle genti dell’islam), fanno sì che le prospettive che i credenti delle tre religioni nutrono su di essa siano diverse e abbiano suscitato nel corso della storia fino a oggi ostilità, violenze, guerre, visioni di sangue e di morte.


Eppure le tragiche evidenze della storia non fermano l’anelito più profondo dei credenti nelle tre religioni che riconoscono il Dio di Abramo come l’unico Dio: vedere la città santa di Gerusalemme come luogo di una pace possibile, una pace dono di Dio e profezia umana, una pace che non è solo assenza di guerra ma presenza di shalom- salam, “vita piena”, salute, armonia nella propria e nell’altrui esistenza, “grazie e pace” per usare la terminologia apostolica. Questo desiderio è invocazione consapevole che gli uomini da soli non riescono a portare a compimento la vocazione pacificante di Gerusalemme, ma nel contempo è anche assunzione di responsabilità, impegno fattivo affinché le opere, i pensieri, le parole di pace e di vita prevalgano sulle pulsioni di guerra e di morte.

Del resto, proprio gli elementi che fanno di Gerusalemme una città “santa”, cioè separata, distinta, messa a parte da Dio e per Dio, contengono per ciascuna delle tre religioni una dimensione di vuoto, di attesa, di “non ancora”. Gli ebrei vi attendono la venuta del Messia e il giudizio di tutte le generazioni, i cristiani vi venerano il sepolcro vuoto del loro Signore che “tornerà un giorno allo stesso modo in cui è stato visto andare in cielo” (cf. At 1,11), i musulmani pregano sul luogo da cui il Profeta è salito al cielo. Ora, queste attese, così diverse eppur convergenti in un luogo preciso, non possono e non devono alimentare pretese esclusive, non possono e non devono essere vissute gli uni contro gli altri, non possono e non devono tradire la vocazione ultima di Gerusalemme, il suo essere “Visione di pace”.


Come questa attesa possa essere colmata dipende dall’agire concreto, quotidiano di uomini e donne delle tre religioni “abramitiche”; quando le promesse del Signore saranno realizzate dipende dall’obbediente sottomissione di ciascuno e di tutti alla volontà di Dio che chiede ai credenti di gareggiare nel fare il bene; il divenire segno e luce per tutte le genti di un altro modo possibile di vivere gli uni accanto agli altri, gli uni in armonia con gli altri e con il Creatore è affidato alle mani, alle menti e ai cuori di povere creature, balbettanti la loro fede nel Dio unico, ma chiamate a testimoniare con la vita che l’amore è più forte della morte. Sì, “per amore dei fratelli e degli amici, io dirò: pace a te, Gerusalemme!” (Sal 122,8).

Enzo Bianchi

Presso le nostre edizioni Qiqajon:

ANDREINA CONTESSA 
{link_prodotto:id=323}

Pubblicato su: Avvenire