I cristiani e la politica, l'utopia di un partito afono

Ma noi oggi assistiamo a grandi difficoltà e a grandi tensioni proprio su questa presenza: a differenza delle altre religioni monoteistiche, il cristianesimo ha progressivamente elaborato, pur con fatica e non senza contraddizioni storiche, una distinzione tra fede e politica, tra autorità politica e autorità spirituale, ritornando alle parole autoritative di Gesù riguardo al dare a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio. Sembrerebbe quindi che lo statuto della collocazione dei cristiani nella polis sia chiaro, ma in realtà oggi appare più confuso che mai: anche per questo forse qualcuno pensa all’ipotesi di un partito che raccolga i cattolici (anche se ormai non più presente in alcuna società occidentale) in modo da ridare eloquenza ed efficacia ai credenti impegnati nella politica.

Comunque il fenomeno della diaspora appare irreversibile e quindi ci chiediamo come possono i cattolici, senza l’inquadramento in un proprio partito, essere ciò che devono essere? Già all’epoca della fine del partito dei cattolici, consapevole delle difficoltà e dei vuoti che avrebbero potuto aprirsi, avanzai una proposta che però non venne presa in seria considerazione né tanto meno attuata. Non mi pare fuori luogo riproporla ora: si tratterebbe di istituire nello spazio ecclesiale, a livello regionale come a quello nazionale, un forum, un luogo in cui i semplici cristiani e i pastori – dunque le figure rappresentative della chiesa – potessero confrontarsi, riflettere, dibattere sui differenti temi che emergono nella società e sui quali diventa prima o poi necessario un intervento legislativo da parte dello stato. Sarebbe lo spazio per un convenire organico dei credenti, una assemblea in cui fare soprattutto opera di discernimento dei problemi, delle situazioni critiche, delle urgenze presenti nella polis, per verificarle alla luce del vangelo e per smascherare al contempo gli “idoli” che troppo facilmente seducono anche i cristiani.

Pubblicato su: La Stampa