I cristiani e la politica, l'utopia di un partito afono

Insomma, un’assemblea di credenti, ecclesiale nella sua natura e qualità, che insieme cercano, riflettono, discutono e cercano di giungere a una convergenza sulle esigenze dettate dal vangelo in un determinato luogo e tempo della storia degli uomini. Da lì potrebbe emergere ciò che un cristiano deve testimoniare e operare nel mondo, in conformità alla sua fede e alla “differenza cristiana”. Ma, va ribadito con chiarezza, tutto questo percorso deve restare nell’ambito pre-politico e pre-economico, non deve cioè giungere a esprimere soluzioni tecniche. Amo definire questo spazio – difficile da creare e custodire, ma preziosissimo – come “profetico” perché in esso il linguaggio usato è quello della fede, l’autorità invocata è quella del vangelo e della grande tradizione, il magistero ascoltato in materia di fede e di morale è quello dei pastori della chiesa. “Spetta alle comunità cristiane – scriveva Paolo VI nella mai abbastanza ricordata Octogesima adveniens – analizzare obiettivamente la situazione del loro paese, chiarirla alla luce delle parole immutabili del vangelo, attingere principi di riflessione, criteri di giudizio e direttive di azione nell’insegnamento sociale della chiesa … L’ispirazione del vangelo, arricchita dall’esperienza vivente della tradizione cristiana lungo i secoli, resta sempre nuova per la conversione degli uomini e per il progresso della vita associata, senza che per questo si giunga a utilizzarla a vantaggio di scelte temporali particolari, dimenticando il suo messaggio universale ed eterno”.

Pubblicato su: La Stampa