Stranieri a noi stessi


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Proprio il ricordo dell’essere stato “forestiero nel paese d’Egitto” – alimentato dal “fare memoria” religiosa da parte di generazioni ormai sedentarie e ben installate da secoli nella propria terra – determina per il popolo di Israele una disposizione legislativa fondamentale di sorprendente modernità nell’antico oriente: “Vi sarà una sola legge per tutta la comunità, per voi e per lo straniero che soggiorna in mezzo a voi; sarà una legge perenne, di generazione in generazione; come siete voi, così sarà lo straniero davanti al Signore”. Una condivisione del tessuto normativo che arriverà perfino a rendere partecipe del riposo sabbatico anche lo schiavo e il forestiero: così quello squarcio di libertà dall’asservimento al tempo e al lavoro costituito dall’astenersi nel settimo giorno da ogni attività lavorativa diverrà patrimonio di ogni essere umano, suo diritto civile, oltre che dovere religioso.

E, scavando nel tessuto culturale del bacino mediterraneo che tanto ha influenzato la civiltà greca prima e poi romana, come dimenticare la sacralità dell’ospitalità presso popolazioni che ben conoscevano l’asprezza della vita quotidiana, la minaccia costante della siccità e delle carestie, l’angoscia di chi non ha casa per ripararsi né pane per sfamare i propri figli? Sì, se vogliamo indagare nelle radici della civiltà europea e italiana, se vogliamo prendere sul serio la troppo superficialmente decantata eredità ebraico-cristiana, il suo intersecarsi con la cultura ellenistica e il successivo confrontarsi con l’irruzione dell’islam dobbiamo riconoscere che principi come quello dell’accoglienza, della solidarietà, dell’apertura verso lo straniero sono stati in costante dialettica con la tentazione di rinchiudersi nel mondo limitato ai propri “simili”, con la paura del diverso, con l’egoismo di chi pensa a salvare solo se stesso.