Stranieri a noi stessi


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In questa faticosa ricerca, non dimentichiamo l’ammonimento di Edmond Jabès: “La distanza che ci separa dallo straniero è quella stessa che ci separa da noi: la nostra responsabilità di fronte a lui è dunque solo quella che abbiamo verso noi stessi”. Sì, essere consapevoli di abitare noi stessi la stranierità non deve essere motivo di ulteriore angoscia o paralisi nell’agire, ma piuttosto stimolo fecondo alla riflessione operativa in una stagione che vede ciascuno ripiegarsi su se stesso: sapersi e sentirsi tutti “stranieri” ci aiuterebbe a cogliere l’altro nell’interezza e nella complessità della sua persona, senza ridurlo ai problemi che la sua presenza comporta. Oggi la sfida è per tutti quella di articolare verità e alterità nel senso della comunione, dell’ascolto e dell’incontro, non dell’esclusione, dell’arroganza e dell’autosufficienza. E in questa sfida è grande la tentazione di continuare a ragionare considerando se stessi come “norma” e, quindi, di esercitare pressioni per essere riconosciuti nel ruolo di reggenti in una società in cui sono tramontate le ideologie messianiche e faticano a divenire eloquenti le etiche laiche.
Cedere a questa tentazione porterebbe a sostituire la logica della “maggioranza” che impone le proprie certezze con quella dell’influenza del gruppo di pressione che utilizza mezzi e strategie tipici delle lobbies oppure con lo sdegnoso e agguerrito rinchiudersi nei resti di una cittadella fortificata in attesa di stagioni migliori. Ma in ogni caso non prospetterebbe alcuna soluzione perché, come scriveva Michel de Certeau, “lo straniero è a un tempo l’irriducibile e colui senza il quale vivere non è più vivere”.

Enzo Bianchi