Sette monaci nel cuore della tempesta


Warning: Invalid argument supplied for foreach() in /home/monast59/public_html/templates/yoo_moustache/styles/bose-home/layouts/article.php on line 44

 

È la linea scelta dalla chiesa d’Algeria, dall’ordine trappista e da quasi tutti i familiari delle vittime. D’altro lato i parenti di un monaco e p. Armand Veilleux - che all’epoca aveva seguito in prima persona la vicenda come procuratore generale dei cistercensi e aveva preteso e ottenuto di riconoscere i cadaveri prima della sepoltura, scoprendo che nelle bare erano state deposte solo le teste - che cinque anni fa hanno presentato una denuncia al Tribunale di Parigi affinché fosse fatta luce e giustizia sull’accaduto. Anche in loro nessuna volontà di vendetta, ma un unico desiderio, espresso lapidariamente da p. Veilleux: «Voglio perdonare, ma prima voglio sapere chi devo perdonare».

Ma, per non ridurre questo sequestro trasformatosi in massacro in uno dei tanti gialli d’estate la cui soluzione sembra l’esito di un macabro gioco, dovremmo chiederci se le circostanze precise del rapimento e della morte dei monaci - prelevati da integralisti o da settori deviati dei servizi segreti; sgozzati dai loro carcerieri oppure uccisi più o meno deliberatamente dai militari che avrebbero dovuto liberarli - cambiano qualcosa al significato profondo del loro martirio, cioè alla testimonianza fino al sangue resa con tutta la loro vita. In realtà i sette trappisti francesi non hanno vissuto il loro martirio come impresa eroica, come gesto di uomini valorosi, bensì come evolversi di una vita interamente donata e che, come tale, non si arresta di fronte al dono finale.