Sette monaci nel cuore della tempesta


Warning: Invalid argument supplied for foreach() in /home/monast59/public_html/templates/yoo_moustache/styles/bose-home/layouts/article.php on line 44

Nel suo testamento, scritto all’indomani di un’incursione armata di un gruppo di «fratelli della montagna», il priore del monastero, fr. Christian si augurava di poter avere, nel momento della morte violenta «quell’attimo di lucidità che mi permettesse di sollecitare il perdono di Dio e quello dei miei fratelli in umanità e, nello stesso tempo, di perdonare con tutto il cuore chi mi avesse colpito». Gli eventi, al di là di tutti gli aspetti tuttora oscuri, hanno fatto sì che questo «attimo» di lucidità si dilatasse per quasi due mesi, il tempo intercorso tra il rapimento e la morte. Non sappiamo nulla di certo e preciso circa i luoghi in cui hanno vissuto questo tempo, non sappiamo nemmeno chi fossero davvero i loro rapitori, poi i loro carcerieri e infine i loro assassini; d’altro canto il pudore, il rispetto per il segreto del cuore umano, per l’inviolabile intimità del rapporto di ogni essere umano con il suo Creatore ci vietano di chiederci come i sette monaci hanno vissuto il tempo della loro prigionia. Ma tutto nella loro vita ci consente di affermare che non sono morti diversamente da come sono vissuti: in un incessante cammino di conversione, in un rinnovato dono di sé e della propria vita, in una quotidiana testimonianza che solo la ragione che sostiene la nostra vita consente anche di affrontarne l’esito estremo, la morte. Sì, noi abbiamo forse bisogno di sapere chi perdonare per poterlo fare in verità - e ben venga ogni ulteriore elemento di chiarezza in questa vicenda - ma non dimentichiamo che i sette monaci di Tibhirine hanno saputo chi ha dato loro la morte, e tutta la loro esistenza ci fa ritenere che lo hanno perdonato.

Enzo Bianchi