Comunione anglicana: un ponte tra i cristiani

Ma proprio questi punti di forza sembrano oggi essersi trasformati in debolezze che scuotono alle radici la Comunione anglicana: la formula di chiese che vivono “l’autonomia in comunione” rischia di tradursi in contrapposizione tra nord e sud del mondo, così come le diverse sollecitazioni pastorali conducono a scelte apparentemente inconciliabili tra loro e, quindi, a un sempre più difficile riconoscimento della comunione esistente. Da quando è stato prescelto sei anni fa per la sede di Canterbury come primate dell’intera Comunione anglicana, l’Arcivescovo Rowan Williams ha saputo restare fedele al suo mandato di “strumento di comunione” e ha fatto prevalere il bene dell’insieme della chiesa sulle sue stesse convinzioni teologiche. Ora, le attese per la conferenza di Lambeth erano focalizzate sui temi etici riguardanti la sessualità umana e oggetto di discordia esplicita, ma nel confrontarsi per più di quindici giorni in un clima di preghiera e di ascolto reciproco, gli oltre seicentocinquanta vescovi presenti a Canterbury si sono resi conto che il diverso approccio verso l’omosessualità nasce in realtà da divergenze più profonde, che hanno attinenza con i criteri di ermeneutica biblica e il concetto stesso di chiesa e di comunione ecclesiale. Non a caso, per l’incontro tra i vescovi, Williams e il gruppo preparatorio avevano voluto che si privilegiasse il dialogo intenso e fraterno in un contesto fortemente spirituale piuttosto che le delibere assembleari: scelta particolarmente feconda perché l’impasse attuale – con oltre duecento vescovi che si sono rifiutati di presentarsi a Canterbury – e le diatribe giurisdizionali nascono dall’inefficacia pratica delle decisioni assunte con chiara maggioranza nell’assise di dieci anni fa e ben presto violate da alcune chiese appartenenti alla Comunione.

Pubblicato su: La Stampa