Comunione anglicana: un ponte tra i cristiani

Ispirandosi alla pratica zulu degli indaba – riunione dei membri di una comunità locale per discutere problemi che riguardano la collettività fino a trovare una convergenza di opinioni che permette di agire – i vescovi si sono riuniti in gruppi di una quarantina di componenti, provenienti dalle varie aree geografiche, culturali e teologiche dell’anglicanesimo e hanno potuto giovarsi anche dei contributi di una sessantina di partecipanti ecumenici invitati in piena fraternità. Si è trattato anche di un serio tentativo di collocare il dibattito su un piano più ecclesiale, liberandolo da uno schema troppo influenzato dal modello democratico-parlamentare che di per sé non esprime in pieno la sinodalità e la collegialità proprie della chiesa, né rende sempre conto della fonte ispiratrice di ogni decisione di chiesa, la fedeltà alla volontà di Dio. Così, per esempio, i sostenitori di opzioni contrapposte – provenienti da chiese del “ricco” mondo occidentale o dalle chiese africane “ricche” di un sempre crescente numero di fedeli – hanno potuto ascoltare e capire l’invocazione alla comunione che proveniva dalle chiese più “povere”, soprattutto dell’Asia, piccola minoranza in un mondo non cristiano, seme gettato in un terreno sovente ostico e che ha quindi bisogno dell’aiuto e del sostegno delle “sorelle maggiori”.

Pubblicato su: La Stampa