Comunione anglicana: un ponte tra i cristiani

Il sostanzioso documento che traccia una sintesi dei lavori mostra un’ampia convergenza su cosa significhi essere vescovi “preparati per la missione” ma anche quanto sia complicato “rafforzare la comunione”, quanta strada debba essere ancora percorsa perché questa modalità di confronto fraterno all’interno della Comunione anglicana si traduca in una riflessione teologica e in una prassi capaci di custodire il deposito della fede e di annunciarlo agli uomini e alle donne del nostro tempo: è tutta la complessa problematica dell’inculturazione del vangelo che è qui in gioco. Saper narrare il Dio rivelatosi in Gesù Cristo in un linguaggio e con comportamenti comprensibili da chi non è giunto alla fede cristiana; saper rendere conto delle valenze anche antropologiche delle esigenze cristiane; testimoniare la differenza cristiana che stimola le diverse culture e innalza una voce profetica contro ogni attentato alla libertà e alla dignità dell’essere umano; saper “esaminare ogni cosa e ritenere ciò che è buono”, secondo l’esortazione di san Paolo... Davvero quella cristiana è un’arte di vivere e di morire che si impara e si affina giorno dopo giorno, nell’ascolto obbediente della parola di Dio nel solco dell’autentica tradizione ecclesiale, ma anche nel dialogo con le altre religioni e nel discernimento dei “semi del Verbo” – secondo l’espressione cara ai padri della chiesa – presenti nel pensiero umano e, soprattutto, là dove l’uomo si manifesta tale nel suo “essere con” il proprio simile. La posta in gioco è molto più alta di una lacerazione tra correnti dell’anglicanesimo: si tratta della credibilità stessa dell’annuncio evangelico.

Enzo Bianchi

Pubblicato su: La Stampa