Desiderio di Dio e amore per la Parola

Analoga attesa circondava il discorso al mondo della cultura. Anzi, per certi versi, era proprio su quell’appuntamento che vertevano molte attese per parole capaci di varcare i confini ecclesiali e proporre una visione cristiana sulla società e la cultura di oggi e di domani, soprattutto nell’Europa ormai secolarizzata e tentata di dimenticare le proprie radici. Ebbene, l’approccio di Benedetto XVI ha saputo andare con sapienza a queste radici e trarne un insegnamento attualissimo e davvero universale, e lo ha fatto soffermandosi su un aspetto particolare della storia e della presenza della chiesa nel nostro continente, un aspetto oggi apparentemente marginale, poco significativo e non a caso sfuggito a molti commentatori: il monachesimo. Prendendo lo spunto dal luogo in cui parlava – il Collège des Bernardins, edificato dai monaci “figli” di san Bernardo di Chiaravalle come luogo di studio e di formazione, recentemente restaurato per essere dedicato al “dialogo tra la sapienza cristiana e le correnti culturali intellettuali e artistiche dell’attuale società” – il papa si è addentrato in una lettura “delle origini della teologia occidentale e delle radici della cultura europea”, identificandole con il monachesimo medievale, animato dalla complementarietà tra “desiderio di Dio” e “amore per la parole”: il quaerere Deum e le lettere, la cultura umanistica. Ne è scaturito un discorso che, lungi dal restare confinato nell’angusto spazio della clausura monastica, ha affrontato con sguardo autenticamente contemplativo ed “escatologico” – proprio di chi “dietro le cose provvisorie cerca il definitivo” – tematiche quanto mai universali, aprendo vasti orizzonti di senso. Così si è potuto cogliere come “la cultura della parola”, prezioso patrimonio europeo, grazie al monachesimo si sia sviluppata a partire dalla ricerca di Dio e come questo “cercare Dio e lasciarsi trovare da Lui oggi non è meno necessario che in tempi passati”. Così è emersa la necessità di un approccio interpretativo della Scrittura alla luce della Scrittura stessa, che rifugga da qualsiasi fondamentalismo nella lettura della bibbia perché “la parola di Dio stesso non è mai presente già nella semplice letteralità del testo”. Così è stata evocata con forza la “misura interiore” della libertà, la sua dimensione spirituale che “pone un chiaro limite all’arbitrio e alla soggettività” istituendo “un legame superiore a quello della lettera: il legame dell’intelletto e dell’amore”.

Pubblicato su: La Stampa