I colori dell'adorazione

Ormai il racconto evangelico della nascita di Gesù si è arricchito di particolari propri agli scritti apocrifi, come l’asino e il bue, ma soprattutto ha assunto un’altra dimensione di “incarnazione”: il Figlio di Dio si è fatto uomo ed è venuto ad abitare in mezzo ai “suoi”, ma questi ultimi non sono solo i pastori di Betlemme o i magi d’oriente ma anche i “nostri”, gli abitanti delle nostre contrade, i principi delle nostre terre, gli umili artigiani delle nostre botteghe, i contadini delle nostre campagne. Questa attualizzazione della venuta di Gesù in un contesto familiare con campagne nostrane e stalle nostrane si accentuerà sempre più e, assieme ad essa, si svilupperà anche quella dimensione di adorazione sottolineata dal dipinto del Beato Angelico.

La riflessione teologica soggiacente a questa evoluzione è evidente: se il bambino di Betlemme è il Messia, Figlio di Dio, il Re dei re, Signore dei signori (Ap 17,14 e 19,16), allora ogni ginocchio si deve piegare (cf. Fil 2,10) al suo cospetto, compresi quelli di re, principi e signori a lui sottomessi come al loro sovrano celeste. Ma questa comprensione si spingerà ancora oltre: Gesù è la luce del mondo (Gv 8,12), la luce che brilla nelle tenebre (cf. Gv 1,5). Come esprimere pittoricamente questa verità di fede? Facendo del bambino in fasce la fonte che illumina ogni cosa e ogni presenza attorno a sé. Nei dipinti fiamminghi, poi in quelli di Georges de la Tour in modo eclatante, ma anche nel Correggio, in Carracci, Rubens, El Greco, il piccolo Gesù irradia luce all’intorno, è lui la fonte di ogni luce: non illuminato da un fascio di luce proveniente da altrove ma scaturigine della luce stessa, di una luminosità “altra” da quella umana che rende luminoso tutto ciò con cui entra in contatto.
Analogamente, l’universalità dell’adorazione resa al frutto del grembo di Maria porterà a privilegiare sempre più la scena dell’omaggio di pastori e magi rispetto al più discreto, umile e umanissimo “segno” del neonato posto in una mangiatoia (cf. Lc 2,12): così l’immagine evocativa di una nascita che squarcia simbolicamente i cieli per aprire il credente al mistero lascia il posto alla narrazione di un evento umano la cui magnificenza sta nella ricchezza della coreografia e degli astanti e non nella qualità divina del Figlio dell’uomo nato da Maria.

Pubblicato su: Avvenire