Chiesa e società. Un dialogo senza profeti di sventura


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Olio su tela, cm 72x92
GENTILINI FRANCO, Piazza san Carlo
La Stampa, 21 dicembre 2008
di ENZO BIANCHI
Uno sguardo “in grande”, sincronico e diacronico alla bimillenaria storia della presenza cristiana nella società permetterebbe anche di cogliere le ricchezze testimoniate da generazioni di cristiani
La Stampa, 21 dicembre 2008

Se ci si attiene alle diatribe ormai quotidiane riportate dai mezzi di comunicazione, dovremmo concludere che stiamo vivendo, per lo meno in occidente, in una situazione di conflittualità irrisolvibile tra chiesa e società, in un tempo di aspra contrapposizione o, quanto meno, di irriducibile incomprensione reciproca. Il dialogo sembra una parola vuota, soffocata da monologhi tra sordi che si sovrappongono, sinonimo di resa all’avversario, di smarrimento d’identità, di minaccia alla verità. Sembrerebbe che viviamo in una stagione avversa alla testimonianza cristiana nel mondo, in tempi forieri di sempre peggiori sventure e di apocalissi incombenti su un’umanità sempre più estranea alla “buona notizia” del vangelo.

Nonostante la negatività di alcuni segnali, a volte ingigantiti ad arte, ritengo che questa sia una visione distorta del tempo che ci è dato di vivere, un tempo che invece può essere ed è momento favorevole per narrare nell’oggi della storia il Dio dei cristiani. La chiesa, per la sua natura di “cattolicità” – cioè di configurazione “secondo il tutto”, nella dimensione del tempo come dello spazio – dovrebbe sempre saper guardare e pensare le cose in grande, il che non significa megalomania ma, al contrario, saper cogliere il qui e ora di una situazione per collocarlo in una vicenda storica bimillenaria e in un’estensione geografica universale. Così, per esempio, noi cristiani d’occidente ci accorgeremmo che il ricorso alla terminologia della persecuzione per descrivere le difficoltà cui andiamo incontro risulta francamente sproporzionato se non offensivo per i nostri fratelli e sorelle dell’India o dell’Iraq o della Cina. Ci renderemmo conto anche che il “nemico”, vero o presunto che sia, può impedire ai cristiani molte cose, ma mai di vivere e testimoniare pubblicamente il vangelo con la propria condotta personale e comunitaria, dal momento che al cuore di questa buona notizia troviamo proprio l’amore per il prossimo, persino quando questi assume i tratti del nemico.