Chiesa e società. Un dialogo senza profeti di sventura


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La storia dal canto suo ci insegna che quando la testimonianza della fede incontra difficoltà nella società, la tentazione per i credenti è quella di assumere nella comunicazione toni e modalità di giudizio e di accusa, di ripiegare su rigide posizioni difensive, di smarrire il sentimento di “solidarietà” umana, la percezione della comune appartenenza all’unica umanità. Scriveva l’apostolo Pietro ai cristiani: “perché siete stupiti dell’ostilità che patite come fosse una cosa strana?” e li esortava ad avere “un comportamento bello, cordiale e ospitale verso tutti”. Questo atteggiamento di difesa ostile finisce per far apparire inevitabile ciò che inevitabile non è: che la ferma decisione di non transigere sulle esigenze del vangelo comporti un esilio dei cristiani dalla compagnia degli uomini, dalla “complicità” con i propri simili che non condividono la stessa fede. Si finisce così per pensare che la soluzione sia il rendersi oltremodo visibili, apparire numerosi, imporre la propria presenza. Invece la consapevolezza di essere fragili depositari – “vasi di argilla”, dice san Paolo – di una speranza per tutti dovrebbe condurre i cristiani non a farsi profeti di sventura o annunciatori di apocalissi imminenti, ma pazienti ricercatori di tempi e spazi di incontro e di confronto. Posizioni meramente difensive, arroccate, nostalgiche della “cristianità” o di controsocietà hanno condotto in passato i cristiani a gravi ritardi nei confronti di appuntamenti cruciali della storia: si pensi ai diritti umani, alla libertà religiosa, alla tolleranza positiva del diverso, alla democrazia in uno stato laico... In questo senso il magistero offerto da Giovanni Paolo II attraverso la liturgia di richiesta di perdono per le infedeltà al vangelo commesse dai cristiani nel corso della storia rimane un monito ancora attualissimo oggi e dovrebbe impedire l’incapacità a riconoscere anche le colpe dei cristiani e la loro mancanza di profezia, di netta parresia in certe situazioni.

Uno sguardo “in grande”, sincronico e diacronico alla bimillenaria storia della presenza cristiana nella società permetterebbe anche di cogliere le ricchezze testimoniate da generazioni di cristiani molte diverse tra loro per lingua, cultura, contesto storico e geografico, abitudini, legislazioni: davvero potremmo dire che in ogni circostanza vi è sempre un tempo favorevole per il vangelo e per il suo annuncio che dà senso alla vita.