Chiesa e società. Un dialogo senza profeti di sventura


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Certo, oggi il cammino del dialogo tra chiesa e società non ci appare facile: necessita di una profonda conoscenza e di un amore appassionato per la propria identità più autentica, una disponibilità ad ascoltare e comprendere, cioè accogliere, quanto l’altro è e ha, una capacità di narrare la dimensione anche antropologica delle proprie convinzioni di fede, una rinuncia a toni autoritari o apodittici, una fermezza nei principi unite alla “com-passione”, al saper “patire con” l’altro e a volte fare silenzio insieme, nel concreto dramma dell’esistenza. E’ normale, persino salutare, che permanga una certa frizione, un urto tra politica e religione, perché il cristianesimo ispirato dal vangelo ha una concezione della politica che non permette di essere idolatrata né accetta di diventare la “religione civile” che sostiene la res publica ottenendone anche favori. Questa tensione può dare frutti positivi, evitando allo stato di ridursi a mero ruolo di gestione tecnocratica degli eventi e alla chiesa di rinchiudersi in una roccaforte, incapace di una parola cordiale di speranza per chi, al suo esterno, la attende, magari senza averne piena consapevolezza.

Sì, oggi come all’apertura del concilio, come sempre, i profeti di sventura non giovano né al vangelo né alla società e quindi, meno che mai, all’incontro fecondo tra la buona notizia portata da Gesù di Nazaret e il mondo contemporaneo. Davvero nell’occidente che si vuole scristianizzato così come nell’oriente familiare alla dimensione religiosa, non di angosciati apocalittici c’è bisogno, ma di “visionari” che operino giorno dopo giorno l’insperabile, di uomini e donne capaci di vincere la tentazione della miopia spirituale e di guardare oltre, verso l’invisibile, verso un futuro di umanizzazione in cui l’essere umano sia sempre più simile a quell’immagine e somiglianza con Dio che reca impressa nel proprio intimo e che costituisce la sua verità più profonda.

Enzo Bianchi