La preghiera è di Dio e non di Cesare

Ma anche la qualità autentica della preghiera esce mortificata dalla commistione con la lotta politica. Nel 1965 il grande teologo poi cardinale Jean Daniélou scriveva un libro memorabile, L’oraison, problème politique, in cui poneva il problema della preghiera divenuta sovente evasiva nei confronti dei problemi della polis. Pur con qualche nostalgia della cristianità, l’opera poneva il problema serio del rapporto tra storia, politica e preghiera, problema che riguarda tutte le fedi perché in qualsiasi religione la preghiera non può non accogliere dentro di sé ansie, sofferenze, grida e invocazioni di giustizia, perché cessino il male e l’oppressione e il persecutore venga disarmato. Ma al contempo la preghiera non può essere strumentalizzata fino a renderla una delle armi con cui si conduce una battaglia per una pur giusta causa.

Nel Vangelo di Matteo, Gesù ha ammonito severamente i suoi discepoli: “quando pregate non fate come quelli che con un comportamento nascondono le loro vere intenzioni e pregano sulle piazze per essere visti dagli uomini” (Mt 6,5). Questo non significa confinare il religioso nel privato, negando una dimensione pubblica del culto, ma fuggire un’ostentazione di ciò che è più intimo e autentico nella vita di un credente per piegarlo ad altri scopi. Ogni credente ha diritto alla libertà di manifestare, vivere, proclamare, far conoscere la propria fede, ha diritto ad avere un luogo per la preghiera anche comunitaria e chi oggi in Italia nega questo ai fedeli di altre religioni, in particolare ai musulmani, non solo ferisce la democrazia, ma compie un gesto estraneo alla logica cristiana, la quale può chiedere ma non pretendere o porre come condizione la reciprocità.

Pubblicato su: La Repubblica