Ha ancora senso il digiuno?

Eppure – in ambito occidentale e a differenza di quanto accade ancora oggi presso le chiese d’oriente – la pratica ecclesiale del digiuno è di fatto quasi scomparsa: l’astinenza dalle carni al venerdì liberamente sostituibile con altri gesti slegati dal rapporto con il cibo, il digiuno ascetico limitato a due soli giorni all’anno – il mercoledì delle Ceneri e il Venerdì santo – quello in preparazione alla comunione eucaristica ridotto formalmente a un’ora... Così una prassi vissuta già da Israele, riproposta da Cristo, accolta dalla grande tradizione ecclesiale d’oriente e d’occidente, è sempre meno presente, non più richiesta. Fenomeno apparentemente paradossale, perché se esaminiamo i dati biblici sul digiuno, troviamo che esso assume, fin dall’Antico Testamento, valenze molteplici e ancora attualissime. Da rito di dolore e di lamento che riveste anche caratteri penitenziali, comune a tante tradizioni religiose, il digiuno si sviluppa infatti come pratica che alimenta la preghiera, personale e comunitaria, e come preparazione all’incontro con Dio: emblematico in questo senso il digiuno chiesto a Mosè e al popolo di Israele prima del dono della Legge sul Sinai e della stipulazione dell’alleanza. E proprio questa dimensione di preparazione fa del digiuno una via privilegiata per un rapporto autentico con Dio e con gli altri, capace com’è di educare al rifiuto della voracità, a un contenimento dell’aggressività, a un implemento della condivisione, a una prassi di giustizia.

Pubblicato su: Avvenire