La mano tesa di Benedetto XVI

Ma l’accorato appello del papa non andrebbe colto solo come inerente alla vicenda della remissione della scomunica, ma come esortazione alla chiesa intera. In quest’ultimo decennio, infatti, soprattutto nella chiesa che è in Italia, abbiamo assistito a una trasposizione anche a livello intraecclesiale di metodi di lotta già condannabili in ambito mondano: calunnie fantasiose, interpretazioni false, denigrazioni, ricostruzioni accomodate di eventi fatte circolare con l’aiuto di qualche giornalista compiacente per attaccare o screditare ora un cardinale, ora un vescovo, ora uomini di chiesa. Si lanciano dubbi o accuse di non appartenenza alla comunione ecclesiale, si etichettano persone come antipapa, pericolose per la fede della comunità cristiana, le si censura, si arriva persino a condurre sotterranee guerre per bande e lobbies. E quanti usano questi mezzi squallidi sanno che chi è etichettato come avversario non userà le stesse armi per difendersi perché non acconsentirà mai a una lotta fraterna manifestamente contraria al vangelo e allo stile del cristiano. Eppure non ci si dovrebbe dimenticare che, come ricorda il papa, “la discordia dei cristiani, la loro contrapposizione interna mette in dubbio la loro credibilità nel parlare di Dio”.

Sì, la pace ecclesiale è stata ed è contraddetta, e per tutti coloro cui sta a cuore l’unità dei discepoli di Gesù questa situazione è fonte di sofferenza: come fa Benedetto XVI in questa lettera, ci si deve rifiutare di reagire con risentimenti e aggressività, ben sapendo che non solo si soffre per la chiesa, ma che a volte sono anche gli uomini di chiesa che fanno soffrire. Ma un vero discepolo di Gesù sa che impara ad amare la chiesa del Signore nell’acconsentire a soffrire per essa, fosse anche ricevendo sofferenze dagli uomini che la rappresentano.

Enzo Bianchi

Pubblicato su: La Stampa