Quando Gesù risorgeva il sabato


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Può essere utile allora – in questa stagione di crisi economica globale e di incrinamento del mito del progresso inarrestabile e mentre abbiamo negli occhi e nel cuore la sofferenza che ci porta brutalmente a interrogarci sull’essenziale nelle nostre vite – rivisitare altri tempi e altre modalità di vivere la Pasqua per trarne preziose indicazioni per l’oggi della fede e della presenza a noi stessi e alla società. In verità – va confessato con schiettezza – nel nostro passato ci sono tanti comportamenti, alcuni ormai dimenticati, che hanno favorito la disaffezione verso questa festa e le liturgie che la contraddistinguono, finendo per defraudarla del suo significato più profondo. Quando le inchieste ci rivelano che solo il 30% dei cattolici crede nella risurrezione, perché meravigliarci?

Non dimentico che negli anni del dopoguerra la partecipazione alla liturgia riguardava poche persone – alcune donne, qualche bambino... – e vi era scarsa consapevolezza di quanto si andava a celebrare. Al giovedì santo sera la chiesa restava quasi vuota, come anche il venerdì pomeriggio: solo la processione del crocifisso in serata attirava il grosso dei fedeli per una partecipata “manifestazione” del dolore. I canti, in particolare lo Stabat Mater, erano strazianti e una grande croce attraversava le vie del paese: rappresentare, narrare la sofferenza era semplicemente un tentativo di dare senso alla quotidiana fatica del vivere. Le donne, nel frattempo, avevano provveduto a raccogliere fiori e a disporli attorno al “sepolcro” con quella cura creativa e quell’amore sovente maggiori di quelli mostrati per i loro stessi morti; essendo ancora scarsi i fiori , si seminava grano, avena e orzo in contenitori lasciati al buio: il verde smagliante della germinazione avrebbe cantato la primavera. Sì, in quei tempi di povertà, segnati in modo martellante da miseria, epidemie e dalle pesanti conseguenze della guerra, la croce era la “parola” e il segno verso cui si concentravano l’attenzione e l’attesa, quasi fosse capace di spegnere le sofferenze, percepite più come una necessità che non una fatalità.