Quando Gesù risorgeva il sabato


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Possiamo allora comprendere meglio come questo senso di gioia e di festa, liberato grazie alle celebrazioni liturgiche, ricadesse nella vita di ogni giorno e la allietasse. Così il lunedì di Pasqua avveniva una sorta di connubio tra lo straordinario della risurrezione e il quotidiano di una vita semplice, sobria, dignitosa pur nella modestia. Era il giorno del “merendino”: tutte le famiglie e gli amici invadevano i prati fino al liminare dei boschi e si stava insieme mangiando e bevendo, celebrando il prevalere delle energie vitali sulle forze di morte e di tenebra. L’ingrediente culinario essenziale era la “torta verde”, fatta con riso e costine, spinaci, erbe selvatiche raccolte dai bambini, uova e formaggio, qualche aroma come aglio e rosmarino, e ancora uova sode incastonate come perle nell’impasto e quindi in ogni fetta che toccava in sorte a ciascun commensale. Bastava quella semplice torta casereccia di erbe, un dolce a forma di colomba, un po’ di vino buono e l’atmosfera del pomeriggio si riempiva di gioia e di colori a consolazione delle sofferenze patite e a incoraggiamento per affrontare le fatiche che la vita avrebbe richiesto già dall’indomani. Sì, l’inverno era davvero finito, la campagna si ridestava, la vita aveva sconfitto la “stagione grama”: anche in questo, la dimensione più propriamente di fede si mescolava e si stemperava in una saggezza molto umana non sempre impregnata di fede nella risurrezione di Cristo e nella risurrezione dei morti pur proclamata nel Credo.

I cristiani, divenuti sì minoranza ma non per questo irrilevanti nella società, sono capaci ancora oggi, al cuore delle tenebre di morte e di dolore che ci avvolgono come flutti pronti a inghiottirci, di testimoniare che l’amore vince l’odio, che l’uomo sa essere uomo per il suo simile, che l’attesa di una vita piena non è vana speranza ma si invera già nei gesti che ciascuno può compiere ogni giorno? È questa una “buona notizia” di cui i cristiani, in particolare nei giorni pasquali, sono debitori ai loro fratelli e sorelle in umanità, a cominciare dalla martoriata popolazione degli Abruzzi.

Enzo Bianchi