Comunità, i volti dell'utopia


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Non si tratta di avere un’immagine idillica della comunità, ma di tracciarne il movimento: dalla presenza al dono della vita attraverso la difficile arte del riconoscimento dell’altro, dell’assunzione della responsabilità dell’altro, dell’accendersi della fraternità e del viverla esercitandosi nell’amore. Ma è bene evidenziare anche il caro prezzo che comporta l’accettare questa dinamica. Infatti non appena acquistiamo consapevolezza di essere membra della “comunità umana” e soprattutto quando entriamo liberamente a far parte di una comunità vitale più ristretta, ci accorgiamo che la comunità è luogo di epifania della povertà, della debolezza, anche del male che abita ciascuno. Paradossalmente, proprio vivendo accanto all’altro, dando ascolto all’altro, tenendo conto dell’altro, io sono condotto a vedere e quindi a riconoscere tutto ciò che è in me, anche ciò che contraddice la comunità eppure mi abita e mi limita. Finché uno è nello spazio dell’immunitas, può pensare a se stesso senza contraddizioni; la comunità invece obbliga al confronto e ad accogliere dall’altro il rifiuto di ciò che in me è contraddittorio alla comunicazione, all’incontro e alla condivisione. Nell’accettare la presenza dell’altro accanto a me scopro la possibilità della concorrenza, della competitività: giudico l’altro migliore o peggiore di me, comprendo che egli mi chiede di misurarmi, con i miei doni e i miei limiti. E infine si manifesta il richiamo dell’io individuale «senza gli altri» e più facilmente «contro gli altri»: un richiamo prepotente che vorrebbe sfuggire al camminare insieme, per fare invece il proprio cammino; che vorrebbe sfuggire allo scegliere insieme tra diverse possibilità, al saper a volte rinunciare al proprio punto di vista per sottomettersi alla volontà degli altri.

La comunità non può essere «la comunità per me» ma richiede che «io sia per la comunità»: ecco il passaggio dall’egoismo alla fraternità, alla solidarietà, all’amore. La comunità è il luogo della vera ars amandi in cui il sacrificio diventa necessario: sacrificio come dono del tempo, della mia presenza, delle mie forze, come sottomissione al bene comune delle mie esigenze e delle mie idee. In essa si sperimenta l’arte di decidere ogni giorno di amare il non amabile, di credere all’amore anche nel rapporto con l’antipatico, di tentare di accendere l’amore per il nemico, di saper attendere e perdonare, di ricominciare ogni rapporto che sembra spegnersi… C’è ancora posto, nella comunità globale in cui ci è dato di vivere, per questa utopia del costruire insieme?

Enzo Bianchi