Quando un forestiero bussa alla porta


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In questo senso un dato complementare emerge con forza dalle pagine del Nuovo Testamento: Gesù stesso, il Gesù storico che ha abitato in mezzo agli uomini come uno di loro, è percepito e narrato come uno straniero, in quanto ha vissuto “altrimenti”, manifestandosi come “altro” agli occhi di chi lo ha incontrato e ne ha poi raccontato l’esistenza. Dall’infanzia come profugo in Egitto alla sua provenienza dalla Galilea, tutto lo rendeva marginale nell’ambito di Gerusalemme, cuore culturale e religioso di Israele: “Il Cristo viene forse dalla Galilea? ... Non sorge profeta dalla Galilea!” (Giovanni 7,41.52). Inoltre, il suo essere dotato di un’autorità carismatica fuori dell’ordinario suscitava una dura opposizione sia da parte dei sacerdoti che governavano il tempio, i quali lo consideravano pericoloso, sia da parte dei maestri della Legge, invidiosi della sua conoscenza autorevole e penetrante della Scrittura.
Gesù, con la sua missione e la sua esperienza di estraniamento che lo accomuna ai profeti, assume il volto dell’ “altro”: altro rispetto alle attese del suo maestro Giovanni Battista, altro rispetto alla famiglia che lo giudica “fuori di sé” e vorrebbe riportarlo a casa con la forza, altro rispetto alla sua comunità religiosa che lo considera “indemoniato” (cf. Marco 3,21 e 22). Egli è altro anche rispetto ai suoi concittadini di Nazaret: è significativo che proprio là dove dovrebbe attivarsi il meccanismo del riconoscimento e dell’accoglienza, nella sua patria, proprio là avviene paradossalmente il rifiuto, e Gesù diviene estraneo, fino a essere nemico. L’incomprensione di questa alterità conoscerà il suo culmine quando il Figlio sarà “ucciso dai vignaioli” – proprio quelli a cui era stato inviato – “e gettato fuori della vigna”!