Comunione, quando l'amore diventa comunità

Ma questi testi degli Atti possono ispirare ancora oggi la koinonía, la comunione ecclesiale? La narrazione di come i credenti vivevano al tempo degli apostoli può fornire indicazioni su come i cristiani dovrebbero sempre vivere la comunione ecclesiale, al di là del mutamento di tempi e condizioni? E, in particolare, la stagione ecclesiale e civile che stiamo vivendo può ancora trovare ispirazione e stimolo nella vita di una comunità cristiana così lontana nel tempo? Il messaggio che ci giunge dalla chiesa primitiva di Gerusalemme appare chiaro ed esigente per i cristiani di ogni epoca: chi ha ricevuto il dono dello Spirito santo e ha conosciuto l’irrompere della forza di Dio nella propria vita, è generato a vita nuova. Tale novità deve esprimersi concretamente nella differenza cristiana, “differenza” rispetto al proprio passato da non credente, differenza rispetto a chi non è credente, una differenza che consiste soprattutto in un “bel comportamento” (1Pt 2,12), rivelato da un tratto ben preciso che siamo venuti riscoprendo a partire dal concilio Vaticano II: la differenza della koinonía, della comunione. Infatti a partire dall’assise conciliare i cristiani sono tornati a porre al centro della loro prassi e della loro riflessione l’ecclesiologia di comunione, tesi a riscoprire nella chiesa, situata nella compagnia degli uomini, la sua dimensione di “casa e scuola di comunione”, secondo la profetica intuizione di Giovanni Paolo II.

Pubblicato su: Avvenire