Santi. La nostra famiglia allargata

Accanto a questa interpretazione, ve n’è un’altra che ha attraversato i secoli della tradizione cristiana. La communio sanctorum può essere cioè intesa anche in senso misterico, liturgico, come “comunione alle cose sante”, ai santi doni, con particolare riferimento ai sacramenti dell’eucaristia e del battesimo: la forza santificatrice dei sacramenti è forza operante, che crea comunione alla santità. Scrive per esempio Cirillo di Gerusalemme (IV secolo), commentando la solenne proclamazione: “Le cose sante sono per i santi”, che nelle liturgie orientali precede la comunione dei fedeli: “I doni deposti sull’altare sono santi, poiché su di essi è disceso lo Spirito santo; ma lo siete anche voi fedeli, resi partecipi da Dio del medesimo Spirito. Vi è pertanto una perfetta corrispondenza tra le cose sante e i santi. E quando rispondete: ‘Uno solo è il Santo, uno solo è il Signore, Gesù Cristo, a gloria di Dio Padre’, affermate che uno solo è santo per natura, ma voi avete comunione alla santità per partecipazione” (Catechesi mistagogiche 5,19).

Il fatto che questi due significati non siano in contrasto tra loro ma, anzi, si completino a vicenda, è attestato anche dal sorgere della festa liturgica di tutti i santi in parallelo con l’elaborazione teologica di cui si è detto; ciò prova una volta di più che la liturgia è ispirata dalla fede della chiesa e allo stesso tempo la conferma, secondo l’antico adagio “lex orandi, lex credendi”. È infatti nel IV secolo che ha origine la solennità che oggi celebriamo, dapprima nella chiesa siriaca, dove era chiamata “festa di tutti i martiri”. Ad Antiochia essa veniva celebrata la domenica dopo Pentecoste, a sottolineare lo stretto legame tra effusione dello Spirito dall’alto e testimonianza della santità dei cristiani fino al martirio. L’attuale data occidentale del 1° novembre, probabilmente di origine celtica, fu invece estesa a tutto l’occidente nell’835 da papa Gregorio IV.

Pubblicato su: Avvenire