Santi. La nostra famiglia allargata

Miniatura -  VIII sec.
Beato di Liebana, giudizio finale
Avvenire, 1 novembre 2009
di ENZO BIANCHI
In Cristo si stabilisce tra noi e i santi una tale intimità che supera quella esistente nei nostri rapporti, anche quelli più fraterni, qui sulla terra

Avvenire, 1 novembre 2009

“Credo la santa chiesa cattolica, la comunione dei santi”: questo proclamiamo nel Simbolo o Credo apostolico, una delle più antiche professioni della fede cristiana.

L’espressione communio sanctorum, “comunione dei santi”, compare per la prima volta nei canoni del concilio di Nîmes (394). Nello stesso periodo, sul finire del quarto secolo, Niceta vescovo di Remesiana, una piccola città dell’attuale Serbia, testimonia l’avvenuta inserzione di questo articolo di fede nel Simbolo apostolico. Egli scrive: “Dopo la confessione di fede nella santa Trinità, tu confessi di credere nella santa chiesa cattolica. Ma che altro è la chiesa, se non l’assemblea di tutti i santi? Dalle origini del mondo, infatti, i patriarchi come Abramo, Isacco e Giacobbe, i profeti, gli apostoli, i martiri e tutti i giusti che furono, che sono e che saranno, formano una sola chiesa: santificati da una sola fede creduta e vissuta, sigillati col segno dell’unico Spirito, sono resi un solo corpo, del quale Cristo è la testa (cf. Col 1,18) … Credi dunque che in questa chiesa tu troverai la comunione dei santi” (Spiegazione del Simbolo di fede 10). Queste parole attestano un’interpretazione ecclesiologica della communio sanctorum, in sintonia con l’articolo di fede immediatamente precedente, “credo la santa chiesa cattolica”. In questo senso, la comunione dei santi va compresa come unità tra chiesa celeste e chiesa terrena, come comunione tra le membra del corpo di Cristo già nella gloria e i cristiani ancora pellegrini sulla terra: è una grande comunione, estesa nel tempo e nello spazio, tra tutti coloro che sono stati, sono e saranno chiamati a essere “santi in Cristo Gesù” (Fil 1,1), a essere resi creature nuove non in virtù della loro perfezione morale ma grazie alla loro relazione vitale con il Signore.


Accanto a questa interpretazione, ve n’è un’altra che ha attraversato i secoli della tradizione cristiana. La communio sanctorum può essere cioè intesa anche in senso misterico, liturgico, come “comunione alle cose sante”, ai santi doni, con particolare riferimento ai sacramenti dell’eucaristia e del battesimo: la forza santificatrice dei sacramenti è forza operante, che crea comunione alla santità. Scrive per esempio Cirillo di Gerusalemme (IV secolo), commentando la solenne proclamazione: “Le cose sante sono per i santi”, che nelle liturgie orientali precede la comunione dei fedeli: “I doni deposti sull’altare sono santi, poiché su di essi è disceso lo Spirito santo; ma lo siete anche voi fedeli, resi partecipi da Dio del medesimo Spirito. Vi è pertanto una perfetta corrispondenza tra le cose sante e i santi. E quando rispondete: ‘Uno solo è il Santo, uno solo è il Signore, Gesù Cristo, a gloria di Dio Padre’, affermate che uno solo è santo per natura, ma voi avete comunione alla santità per partecipazione” (Catechesi mistagogiche 5,19).

Il fatto che questi due significati non siano in contrasto tra loro ma, anzi, si completino a vicenda, è attestato anche dal sorgere della festa liturgica di tutti i santi in parallelo con l’elaborazione teologica di cui si è detto; ciò prova una volta di più che la liturgia è ispirata dalla fede della chiesa e allo stesso tempo la conferma, secondo l’antico adagio “lex orandi, lex credendi”. È infatti nel IV secolo che ha origine la solennità che oggi celebriamo, dapprima nella chiesa siriaca, dove era chiamata “festa di tutti i martiri”. Ad Antiochia essa veniva celebrata la domenica dopo Pentecoste, a sottolineare lo stretto legame tra effusione dello Spirito dall’alto e testimonianza della santità dei cristiani fino al martirio. L’attuale data occidentale del 1° novembre, probabilmente di origine celtica, fu invece estesa a tutto l’occidente nell’835 da papa Gregorio IV.


Al cuore dell’autunno, dopo tutte le mietiture, i raccolti e le vendemmie nelle nostre campagne, la chiesa ci chiede di contemplare la mietitura dei cristiani stessi, “sacrifici viventi” (cf. Rm 12,1) offerti a Dio, la messe di tutte le sante vite umane ritornate al Signore, la raccolta presso Dio di tutti i frutti maturi suscitati dall’amore e dalla grazia del Signore in mezzo agli uomini, da “Abele il giusto” (Mt 23,35; cf. Gen 4,8) fino all’ultimo uomo che è morto nell’amore di Dio. La festa di tutti i santi è un memoriale dell’autunno glorioso della chiesa, è la festa contro la solitudine, contro ogni isolamento che affligge il cuore dell’uomo. Se non ci fossero i santi, se non credessimo la comunione dei santi, saremmo davvero chiusi in una solitudine disperata e disperante… In questo giorno noi dovremmo cantare: “Non siamo soli, siamo una comunione vivente!”; dovremmo rinnovare il canto pasquale perché, se a Pasqua contemplavamo il Cristo vivente per sempre alla destra del Padre, oggi, grazie alle energie della resurrezione, noi contempliamo quelli che sono con Cristo alla destra del Padre: i santi nostri fratelli. A Pasqua cantavamo che la vite era vivente, risorta; oggi la chiesa ci invita a cantare che i tralci, mondati e potati dal Padre sulla vite che è Cristo (cf. Gv 15,1-5), hanno dato il loro frutto, hanno prodotto una vendemmia abbondante e che questi grappoli, raccolti e spremuti insieme, formano un unico vino, quello del Regno.

Grande è il mistero che celebriamo nella fede: i morti per Cristo, con Cristo e in Cristo sono con lui viventi e, poiché noi siamo membra del corpo di Cristo ed essi membra gloriose del corpo glorioso del Signore, siamo allora in comunione gli uni con gli altri, chiesa pellegrinante con chiesa celeste, insieme formiamo l’unico e totale corpo del Signore. Per questo oggi dalle nostre assemblee liturgiche sale il profumo dell’incenso, segno del vincolo indissolubile tra noi sulla terra e la chiesa di lassù, la Gerusalemme celeste che attende il completamento del numero dei suoi figli ed è vivente, gloriosa presso Dio, con Cristo, per sempre (cf. Gal 4,26; Eb 12,22; Ap 21,2.10). I santi sono in stretta relazione con noi: con noi pregano e cantano la santità e la gloria di Dio, per noi intercedono uniti all’intercessione di Cristo al Padre, con noi continuano a invocare la venuta gloriosa del Signore. La sposa che con lo Spirito grida: “Vieni Signore Gesù, vieni presto!” (cf. Ap 22,17), è proprio la chiesa tutta, comunione di santi.


Ecco dunque il forte richiamo che risuona per noi in questa festa: riscoprire il santo accanto a noi, sentirci parte di un unico corpo. È questa consapevolezza che ha nutrito la fede e il cammino di santità di molti credenti, dai primi secoli ai nostri giorni: uomini e donne nascosti, “separati” dalla mondanità, capaci di vivere quotidianamente la lucida resistenza agli idoli seducenti, nella paziente sottomissione alla volontà del Signore e nel sapiente amore per ogni essere umano, immagine del Dio invisibile. Il santo allora diviene una presenza efficace per il cristiano e per la chiesa, una presenza che ci spinge a confessare: “Non siamo soli, ma avvolti da una grande nuvola di testimoni” (cf. Eb 12,1), con loro formiamo il corpo di Cristo, con loro siamo i figli di Dio, con loro saremo una cosa sola con il Figlio.

In Cristo si stabilisce tra noi e i santi una tale intimità che supera quella esistente nei nostri rapporti, anche quelli più fraterni, qui sulla terra: essi pregano per noi, intercedono, ci sono vicini come amici che non vengono mai meno, come “amici invisibili eppure intimi”, secondo la bella definizione dei padri della chiesa. E se la chiesa ha voluto che il nostro nome battesimale fosse quello di un santo, è proprio per abituarci a contemplare l’amico, gli amici invisibili e intimi nel nostro cammino di fede cristiana. La loro vicinanza è capace di meraviglie perché la loro volontà è ormai assimilata alla volontà di Dio manifestatasi in Cristo, unico loro e nostro Signore: non sono più loro a vivere, ma Cristo in loro (cf. Gal 2,20), avendo raggiunto il compimento di ogni vocazione cristiana, l’assunzione del volere stesso di Cristo: “Non la mia, ma la tua volontà sia fatta, o Padre” (Lc 22,42). Nella mia ormai lunga ed estesa esperienza spirituale ho conosciuto alcuni monaci che con naturalezza mi dicevano: “Io e il tal santo viviamo insieme”; così mi donavano una testimonianza del loro vivere, non solo del loro credere, la comunione dei santi.

Sostenuti da quanti ci hanno preceduto in questo cammino, scopriremo infine anche i santi che ancora operano sulla terra, perché il seme dei santi non è prossimo all’estinzione: caduto a terra si prepara ancora oggi a dare il suo frutto, un frutto di comunione, un frutto di un amore più forte della morte. Sì, la comunione dei santi è sperimentabile, vivibile, è davvero una realtà capace di dare senso alle nostre vite, già ora e poi per la vita eterna, quando saremo tutti insieme con Cristo nel Regno.

Enzo Bianchi

Pubblicato su: Avvenire