Non si uccidono così anche i morti?

Marmo bianco di Carrara, 1975, Milano, Abbazia di Chiaravalle
GIACOMO MANZÙ, Exsurrexi et adhuc sum tecum [Sono risorto e sono ancora con te] (Salmo 139, 18b)
La Stampa, 1 novembre 2009
di ENZO BIANCHI
Quando rinnoviamo l’amore per i nostri cari che sono morti, noi vinciamo la morte perché rinnoviamo una relazione vitale

La Stampa, 1 novembre 2009

Ogni anno ritornano “i morti”, giorno in cui si ricordano “quelli che se ne sono andati e non sono più qui”. Fin dalla preistoria, da quando l’uomo è uomo, la morte è un enigma, un’ingiustizia vissuta dall’uomo come destino ma mai accolta con semplice naturalezza. Per chi muore, la morte è un evento sconosciuto: è la fine di tutto o l’apertura a un altro mondo? Per questo la paura della morte è innestata in ogni vita umana e di fatto è, come dice Giobbe, “la regina delle paure”, la radice di tutte le paure. Per questo l’autore della Lettera agli Ebrei ha un’affermazione poco ricordata e meno ancora esplorata, ma di importanza decisiva per lo svelamento che contiene: “a causa della paura della morte, (gli esseri umani) sono soggetti ad alienazione per tutta la vita” (Ebrei 2,15).

Oggi accettiamo con difficoltà ancora maggiore di guardare alla morte, perché la nostra società assomiglia al palazzo che il padre di Gothama Buddha aveva costruito per il figlio: un luogo da cui era stato bandito ogni segno di malattia, di vecchiaia e di morte. Nonostante i media siano pieni di morte – morti spettacolari, vittime di guerra, di calamità naturali, di delitti e di incidenti stradali – oggi la morte è sistematicamente ritenuta oscena e rimossa. Ma questa è la morte degli altri, la morte che “fa notizia”, tanto più spettacolare quanto meno è la mia morte. Così, il risultato di questo eccesso di rappresentazione provoca l’espulsione della morte dal nostro quotidiano e la rende lontana, improbabile per noi.

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