Le ragioni cristiane dell'ecologia

Non va dimenticato che la nostra generazione è forse la prima nella storia a essere cosciente che dalle proprie scelte dipendono la vita o la morte degli esseri, del pianeta, e questa consapevolezza purtroppo deriva da evidenze che si impongono: dall’aria viziata, dalle acque avvelenate, dal suolo mortificato e sfruttato, dal deserto che avanza. La verità è che viviamo un’errata relazione con la materia del mondo, non sapendo in essa riconoscere l’opera vivificante dello Spirito santo che ci richiederebbe un rapporto di rispetto e di amore. Le creature sono per noi un oggetto neutro di consumo, oggetti che servono a soddisfare i nostri desideri, strumenti per il nostro benessere senza limiti e senza leggi.

Eppure anche in questo esigente discernimento, i cristiani avrebbero davanti a sé il cammino tracciato da Gesù, l’ “uomo secondo Dio” che ha saputo vivere con la creazione in modo esemplare. Il suo agire messianico non riguardava solo il rapporto con gli esseri umani ma anche con la creazione: Gesù ha amato la terra, le è restato fedele, si è mostrato un contemplativo della creazione, capace di vedere in essa “un dono di Dio a tutti” – come ricorda Benedetto XVI – e una responsabilità per l’uomo. Riconciliato con la natura, con gli animali, con le fatiche umane, con la realtà quotidiana, dalla contemplazione della natura Gesù ha saputo trarre lezione e consolazione, ha saputo rispondere al gemito presente in ogni cosa. I cristiani, alla sua sequela, di fronte “al deserto che avanza” annunciato da Nietzsche, di fronte alla terra sempre più desolata, dovrebbero imparare a scorgere nella profondità della creazione la “signatura rerum”, la scrittura delle cose, le loro lacrime e le loro lodi. Allora forse saprebbero rivolgere in modo credibile ai loro fratelli e sorelle in umanità il pressante appello cui Benedetto XVI ha voluto dar voce: “Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato”.

Enzo Bianchi

Pubblicato su: La Stampa