Vigilia: la lunga notte dell'attesa

Larice e abete
Presepe di Bose
La Repubblica
24 dicembre 2009
di ENZO BIANCHI
La sera del 24 dicembre nelle chiese sparse su tutta la terra sovente i fedeli attendono con canti, letture e meditazioni la mezzanotte

La Repubblica, 24 dicembre 2009

A cosa pensa oggi la gente quando usa l’espressione ‘vigilia’ di Natale? Quasi sicuramente pensa al giorno prima della festa, niente di più. E tuttavia la parola “vigilia, vigilie” ha una lunga storia, ha conosciuto significati diversi lungo i secoli e di fatto conserva ancora significati differenti a seconda di come la si vive. Ormai giunto all’anzianità, posso dire di averla vissuta almeno in tre modi diversi.

Innanzitutto il modo in cui la vivo ancora oggi da cristiano e da monaco. Sì, perché vigilia – pannychía in greco – significa in primo luogo la veglia nella notte, il montare la guardia durante la notte, dunque il restare svegli e l’essere vigilanti, preparati, attenti a ciò che può accadere. Già i credenti ebrei più ferventi, come testimoniano i Salmi, si alzavano nella notte per dedicarsi alla preghiera. Ma è soprattutto con l’avvento del cristianesimo che si afferma la vigilia. Se nell’ebraismo alcune feste erano precedute dal giorno di preparazione – ‘ereb in ebraico, tradotto in greco con paraskeuè (cf. Gv 19,14) –, nelle primitive comunità cristiane in giorno di domenica, come testimonia Plinio, “ante lucem”, prima del sorgere del sole, cioè nelle ore normalmente dedicate al sonno, si celebrava una liturgia in cui si cantava a Cristo “quasi Deo”, “come a un Dio”. Queste veglie comunitarie di preghiera furono ben presto chiamate vigilie.

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